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Malattie croniche a Torino: un paziente su tre ha rinunciato a qualcosa per permettersi le cure

Il 9% ha dichiarato di aver ridotto il numero di controlli, soprattutto per il prezzo elevato delle prestazioni, mentre il 90% segnala anche i lunghi tempi d’attesa come ulteriore ostacolo alle cure

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TORINO – A Torino si vive più a lungo, ma non necessariamente meglio. Cresce infatti il numero di cittadini che convivono con patologie croniche e che, per sostenere le spese legate alle cure, sono costretti a tagliare altre voci di spesa. Secondo un’indagine di Nomisma per l’Osservatorio Sanità di UniSalute, il 33% dei torinesi con malattie croniche ha rinunciato negli ultimi 12 mesi a vacanze, cene fuori o acquisti importanti.

Alla base di queste difficoltà ci sono soprattutto i costi della gestione sanitaria. Nel 56% dei casi, le patologie croniche richiedono visite specialistiche frequenti e non rinviabili: quasi la metà degli intervistati (48%) ne ha effettuate più di quattro in un anno. Tra esami e farmaci, le spese incidono in modo significativo sui bilanci familiari, anche perché il 37% dei pazienti si è rivolto almeno in parte alla sanità privata.

Non tutti riescono però a sostenere questi costi. Il 9% ha dichiarato di aver ridotto il numero di controlli, soprattutto per il prezzo elevato delle prestazioni, mentre il 90% segnala anche i lunghi tempi d’attesa come ulteriore ostacolo alle cure.

A complicare il quadro c’è anche il bisogno di assistenza: quasi un paziente su quattro (22%) necessita dell’aiuto di altre persone, con un ulteriore aumento delle spese.

Tra le patologie più diffuse emergono l’ipertensione arteriosa (39%), osteoporosi e artrosi (28%), diabete (25%) e malattie cardiovascolari (22%), spesso diagnosticate dopo i 40 anni.

In questo contesto, strumenti come il telemonitoraggio potrebbero rappresentare un aiuto concreto nella gestione delle malattie. Tuttavia, il loro utilizzo resta ancora limitato: solo il 7% dei pazienti ne fa uso, nonostante la maggioranza di chi li utilizza ne riconosca i benefici. A frenare la diffusione è soprattutto la scarsa conoscenza: il 63% dei torinesi dichiara di non sapere nemmeno cosa siano, spesso perché nessuno glieli ha mai proposti.

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