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Il sudario, Daniele Cappa racconta la nascita della Sindone
L’intervista con Daniele Cappa
TORINO – Come nacque la Sindone? Uno dei più grandi misteri del Cristianesimo affascina da sempre il mondo cattolico e storico. Se per i fedeli non c’è dubbio alcuno che quello conservato a Torino sia il sudario che coprì il corpo di Gesù, per gli storici la faccenda è molto più complicata.
I pochi studi effettuati direttamente sul telo hanno datato la reliquia in pieno Medioevo e su questa datazione si basa il romanzo di Daniele Cappa, che immagina come il Santo Sudario possa essere stato realizzato.
Così Il sudario, che porta il significativo sottotitolo di L’inganno che divenne fede, ci porta nel 1277, in un momento in cui la Chiesa di Roma è afflitta da corruzione e intrighi e il popolo ha bisogno di ricompattare la propria fede. Così l’ecclesiastico Don Dubois si spinge oltre ogni immaginazione. Propone, con l’appoggio del Cardinale Brienne e il benestare del Papa, di creare una reliquia potentissima, che possa davvero ricompattare i fedeli.
Messa così sembra il racconto di una maxi truffa (e tecnicamente quello sarebbe) tuttavia Cappa ci porta nell’evoluzione delle sue riflessioni ad una domanda importante: se un inganno è in grado di avere gli stessi effetti di un miracolo, non diventa esso stesso un miracolo?
Con questa domanda in testa la vicenda narra quindi la vera e propria realizzazione del telo. Un manipolo di uomini (legati dal più profondo segreto) lavora per mesi allo studio e poi alla realizzazione di un sudario che dovrà risultare perfetto. Abbiamo uno scultore, uno speziale ed un assistente, coadiuvati da ignari collaboratori, tra i quali un cinico becchino.
La vicenda si snoda nel dettaglio del lavoro di squadra, nell’evoluzione dei dubbi e della fede dei protagonisti, circondati da un mondo duro e corrotto, dove (in)giustizia e ambizione personale si mischiano irrimediabilmente.
L’intervista con Daniele Cappa
1277. Un manipolo di uomini lavora alla realizzazione di un miracolo. Da dove nasce l’idea di raccontare questa storia?
L’idea nasce da una conversazione, come spesso accade per le storie più imprevedibili. Il primo seme fu gettato da Monsignor Giovanni Climico Papelli, un caro amico, durante una riflessione sulla Sindone e sul ruolo che essa ha avuto nella storia del cristianesimo. Non si trattava di stabilire se fosse autentica o meno, ma di interrogarsi su un aspetto ancora più affascinante: cosa sarebbe accaduto se qualcuno, in un determinato momento storico, avesse deciso di crearla?
Da quel momento la mia immaginazione ha iniziato a lavorare. Non mi interessava scrivere un saggio né proporre una teoria. Volevo raccontare una storia umana. Una storia fatta di uomini straordinari e al tempo stesso fragili, posti davanti a una sfida impossibile: realizzare un miracolo per salvare l’autorità della Chiesa e rafforzare la fede di milioni di persone.
Mi affascinava il paradosso. La storia è piena di guerre, conquiste e intrighi. Molto più raramente racconta il momento esatto in cui nasce un simbolo. Eppure, i simboli governano il mondo quanto e più degli eserciti. Così è nato Il Sudario: dalla volontà di raccontare non un oggetto, ma la nascita di un’idea destinata ad attraversare i secoli.
Il sudario è in fondo il racconto di un grande inganno, ma c’è una domanda che aleggia sempre più pressante. Può un inganno diventare un miracolo?
Questa è probabilmente la domanda centrale del romanzo.
Noi siamo abituati a pensare che verità e menzogna siano due mondi separati, ma la storia umana è molto più complessa. Esistono idee nate da errori che hanno cambiato il mondo in meglio. Esistono simboli la cui origine è meno importante del significato che hanno assunto nel tempo.
Se un oggetto nato da un inganno riesce a consolare un uomo disperato, a rafforzare una comunità, a generare speranza, cosa diventa realmente? Rimane soltanto una menzogna o si trasforma in qualcosa di diverso?
A volte ciò che cambia il mondo non è necessariamente ciò che è vero, ma ciò che gli uomini decidono di considerare tale.
Non ho scritto il romanzo per dare una risposta. Ho scritto il romanzo per costringere il lettore a porsi la domanda.
La letteratura, dopotutto, è molto più interessante quando apre ferite che quando distribuisce cerotti.
Ci racconti il personaggio di Don Dubois?
Dubois è forse il personaggio che amo di più e che temo di più.
Non è un eroe. Non è un santo. Non è un malvagio.
È un uomo intelligente, ambizioso, brillante, capace di vedere più lontano degli altri. È convinto di servire una causa più grande di lui e, proprio per questo, finisce per giustificare azioni che in circostanze normali non accetterebbe.
Dubois appartiene a quella categoria di uomini che la storia produce raramente: quelli che non si limitano a vivere il proprio tempo, ma cercano di piegarlo alla propria volontà.
La cosa interessante è che non agisce per denaro. Non agisce nemmeno per gloria personale. Agisce perché crede sinceramente che il fine sia superiore ai mezzi.
Ed è proprio lì che il personaggio diventa inquietante.
I grandi villain della storia spesso sanno di esserlo. I personaggi come Dubois, invece, credono di essere nel giusto.
Intorno a Dubois si muove un mondo corrotto e ambizioso. E’ quello il momento più difficle nella storia della Chiesa?
Probabilmente no.
La Chiesa ha attraversato periodi infinitamente più drammatici. Scismi, guerre, persecuzioni, lotte dinastiche, crisi dottrinali. Sarebbe storicamente scorretto indicare il XIII secolo come il momento più oscuro.
Tuttavia, era un’epoca straordinariamente complessa.
La Chiesa era una potenza spirituale ma anche politica, economica e militare. Governava territori, trattava con imperatori, influenzava re e principi. Era inevitabile che attorno a essa gravitassero ambizioni, rivalità e interessi.
Nel romanzo ho cercato di rappresentare questo aspetto senza caricature. Mi interessava mostrare uomini reali, non figure da propaganda.
Troppo spesso si racconta il Medioevo come un’epoca popolata esclusivamente da santi o da mostri. La verità è che era popolata da esseri umani. Esattamente come oggi.
E gli esseri umani restano sempre il più grande mistero della storia.
Il racconto scende nei dettagli di come potrebbe essere stata realizzata la Sindone. E’ una narrazione verosimile?
È una narrazione romanzesca, ma costruita cercando costantemente la verosimiglianza.
Per mesi ho studiato materiali, tecniche artistiche medievali, processi di essiccazione, utilizzo di pigmenti naturali, conoscenze anatomiche dell’epoca e pratiche artigianali realmente documentate.
La domanda che mi accompagnava era semplice: se nel 1277 qualcuno avesse davvero voluto creare un manufatto simile, quali strumenti avrebbe avuto a disposizione?
Da lì è iniziato il lavoro di costruzione narrativa.
Naturalmente Il Sudario è un romanzo e non pretende di risolvere il mistero della Sindone. Sarebbe presuntuoso. Però volevo che il lettore, arrivato all’ultima pagina, potesse chiudere il libro e pensare:
“Forse non è andata così. Ma avrebbe potuto.”
Per uno scrittore di romanzi storici, è uno dei complimenti più belli che si possano ricevere.
Protagonisti della vicenda sono pochi caratteristici personaggi, ognuno mosso da motivi personali. Ci racconti qualcuno di questi uomini?
Una delle cose che amo maggiormente de Il Sudario è che nessuno dei personaggi combatte la stessa battaglia. Apparentemente lavorano tutti per un unico obiettivo, ma in realtà ognuno di loro sta cercando di salvare qualcosa di diverso: la propria fede, il proprio passato, la propria coscienza o il proprio futuro.
Dubois è il motore della storia. È l’uomo che ha osato promettere l’impossibile. Non è un fanatico e nemmeno un semplice ambizioso. È convinto che la Chiesa abbia bisogno di un simbolo capace di attraversare i secoli. In lui convivono idealismo e pragmatismo, fede e calcolo politico. È uno di quei personaggi che non riesci mai a giudicare completamente, perché ogni sua scelta contiene una parte di luce e una parte d’ombra.
Monsieur Gérard è probabilmente il personaggio più tragico. È un artista straordinario che porta dentro di sé un dolore enorme. Quando arriva a Bourges è un uomo spezzato. Il progetto gli offre qualcosa che va oltre il lavoro: gli restituisce uno scopo. In fondo, la sua vera opera non è il Sudario, ma la propria rinascita.
Magister Thibault rappresenta invece il sapere. È l’uomo che osserva il mondo attraverso la conoscenza e l’esperienza. Non possiede l’ambizione di Dubois né il tormento di Gérard. È un uomo pratico, ma sa che ogni scoperta può essere utilizzata tanto per costruire quanto per manipolare. Mi piace definirlo il custode silenzioso del possibile.
Il Presbiterio Renaud è forse il personaggio nel quale il lettore può identificarsi più facilmente. È la coscienza del gruppo. Colui che dubita, che si interroga, che si chiede continuamente se ciò che stanno facendo sia giusto. In una storia piena di uomini convinti delle proprie idee, Renaud è l’uomo delle domande.
E poi c’è la Badessa.
Confesso che mi sono divertito moltissimo a scriverla.
In un mondo dominato da uomini, prelati, cardinali e vescovi, mi affascinava l’idea di una figura femminile capace di esercitare un potere reale. Non un potere gridato o imposto con la forza, ma un potere fatto di intelligenza, relazioni, intuizione e capacità.
La Badessa è forte, autorevole e rispettata, ma soprattutto è umana. Ha le sue fragilità, le sue paure, le sue bugie e i suoi compromessi. Non è una santa scolpita nel marmo. È una donna che vive in un’epoca difficile e che, per sopravvivere, ha imparato a muoversi tra verità e convenienza con la stessa abilità di molti uomini di potere.
Credo che proprio per questo sia uno dei personaggi più moderni del romanzo.
In generale, nessuno dei protagonisti è stato concepito come un simbolo assoluto del bene o del male. Mi interessavano gli esseri umani, non le statue. Gli uomini e le donne reali sono sempre contraddittori. Possono mentire per una buona causa, compiere il bene per interesse personale o fare la cosa sbagliata credendo sinceramente di servire un ideale superiore.
Ed è proprio in quella zona grigia che, a mio avviso, nascono le storie più interessanti.
Non posso non chiudere con questa domanda: cos’è per te la Sindone?
Da ateo molti si aspettano una risposta provocatoria.
In realtà la mia risposta è molto semplice.
Per me la Sindone è una delle più grandi opere narrative della storia umana.
Che sia autentica o no, ha attraversato guerre, epidemie, imperi, rivoluzioni e cambiamenti culturali profondissimi. Ha parlato a re e contadini, a credenti e scettici, a santi e scienziati.
Pochissimi oggetti possono vantare una simile forza simbolica.
Io non vedo la Sindone come una prova.
La vedo come una domanda.
Una domanda che da secoli l’umanità continua a rivolgere a sé stessa.
E forse è proprio questo il suo vero miracolo.
Perché la fede, la storia e la verità hanno una caratteristica comune: non smettono mai di essere cercate. E quando un oggetto riesce a mantenere viva quella ricerca per sette secoli, indipendentemente dalla sua origine, ha già conquistato un posto nell’eternità.
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