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«Un pezzo di cuore è rimasto là», la testimonianza del Vigile del fuoco Riccardo Di Gaudio inviato in Venezuela

Ispettore antincendio della Direzione regionale VVF Piemonte, Riccardo è partito come membro della squadra di emergenza USAR

Marco Lovisolo

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L'ispettore Di Gaudio (in primo piano) in una foto scattata durante le operazioni in Venezuela

TORINO – Erano circa le 18 del 24 giugno scorso, ora locale (mezzanotte in Italia) quando, a distanza di pochi secondi una dall’altra, due potenti scosse di terremoto hanno colpito il Venezuela. La prima con una magnitudo di 7.2, la seconda 7.5. 5 546 i morti i morti accertati dall’Assemblea nazionale dello Stato sudamericano, 17 907 persone rimaste senza casa 856 edifici danneggiati secondo l’ONU. Ma i numeri non dicono tutto. Tra chi ha visto e combattuto contro la devastazione e la sofferenza, ci sono anche 41 Vigili del fuoco italiani, inviati per offrire soccorso in Venezuela; tra loro, molti erano piemontesi.

A circa un mese dalla partenza della missione italiana, abbiamo intervistato uno dei suoi partecipanti arrivati in Sudamerica dalla nostra regione: l’ispettore antincendio presso la Direzione regionale Vigili del fuoco Piemonte Riccardo Di Gaudio. Partito il 26 giugno da Pratica di Mare, Di Gaudio è tornato nel nostro Paese il 2 luglio, insieme ai colleghi.

La squadra USAR

Riccardo, di che squadra hai fatto parte e da chi era composta la tua unità per la missione in Venezuela?

Io facevo parte del team dei Vigili del fuoco ITA-02. Si tratta di una delle due squadre USAR (Urban Search And Rescue), ovvero dedicate al soccorso di persone sotto macerie e composte da operatori addestrati apposta per situazioni di emergenza. Le squadre USAR italiane, ITA-01 e ITA-02, hanno ottenuto la classificazione internazionale proprio nel maggio scorso. Nell’unità di cui ho fatto parte in Venezuela c’erano, come richiesto dagli standard ONU, sia Vigili del fuoco che personale sanitario del 118 [sotto il coordinamento della Maxiemergenza 118 dell’ASL CN1, ndr]. Il personale del team ITA-02 era composto da Vigili del fuoco prevalentemente piemontesi, ovvero provenienti da tutti i comandi provinciali della nostra regione, ed era guidato dal comandante Ciro Bolognese [precedentemente Comandante dei Vigili del fuoco di Alessandria e oggi a Varese, ndr].

Tu che compito avevi nella squadra?

Ero nello staff del management, quindi ho svolto attività di coordinamento e di valutazione dei siti operativi: significa andare sul sito colpito dalle scosse e vedere se ci sono le opportunità per trovare in vita ancora persone.

Il lavoro sul campo a La Guaira

Come si sono svolte le prime ore sul suolo venezuelano?

Dopo la partenza dall’aeroporto di Pratica di Mare, siamo arrivati in piena notte all’aeroporto El Libertador [aeroporto militare situato a Maracay, in Venezuela, ndr], a due ore da Caracas, dove abbiamo ricevuto l’accoglienza di console e ambasciatore italiano, nonché di molti italo-venezuelani.

Poi, subito al lavoro?

Sì, ci siamo proiettati subito sul luogo che ci era stato indicato per svolgere il nostro servizio, ovvero il sito di La Guaira, nella zona costiera, non lontano dalla capitale. Avendo viaggiato di notte, il primo impatto visivo l’abbiamo avuto la mattina seguente, quando ci siamo trovati di fronte a lunga una serie di edifici distrutti.

Ecco, vi aspettavate la situazione che avete trovato? Consideriamo che sicuramente erano già circolate le prime notizie ma il terremoto era avvenuto soltanto poche ore prima…

Allora, ovviamente se viene mobilitata una squadra USAR vuol dire che c’è da agire in un contesto di grave emergenza, quindi ci aspettavamo già una situazione complessa, però l’enormità dello scenario a cui abbiamo assistito ci ha comunque colpito.

In che modo avete agito sul posto?

Il nostro campo base si trovava nello stadio del baseball di La Guaira. Da qui, venivamo inviati per le attività di valutazione degli edifici, per capire se c’erano persone che si potevano salvare sotto le macerie. Tutte le informazioni venivano elaborate dal Coordinamento internazionale USAR, che comprende le altre squadre USAR impegnate nella missione e che in questo caso era guidato dai team di Cile e USA, i primi ad arrivare sul posto. Un ruolo che per esempio la nostra squadra ITA-02 aveva ricoperto durante il terremoto in Turchia. Le squadre di Cile e USA smistavano le unità di ricerca e soccorso per lavorare sui siti.

Un’esperienza di grande impatto umano

Lei e i colleghi eravate addestrati per questo tipo di interventi, ma immagino comunque che un’esperienza di questo tipo non possa lasciare indifferenti umanamente, dico bene?

Certo, ho vissuto emozioni molto forti in Venezuela e ci sono stati incontri che hanno lasciato il segno. Come quando, durante un intervento davanti a un edificio danneggiato, ho parlato con una famiglia che aveva i propri parenti nell’abitazione. E quante persone ho abbracciato… in molti casi, un abbraccio vale più di mille parole. La cosa che mi ha colpito di più è stata la gratitudine della popolazione locale. Oltretutto, ho trovato molte persone con legami con l’Italia, o per lavoro o per parenti. Un pezzo di cuore è rimasto là.

«Non mi sento affatto un eroe»

Avete avuto anche un riconoscimento per il vostro operato prima di ripartire per l’Italia?

Prima di prendere l’aereo e tornare, abbiamo ricevuto un attestato e la medaglia di “Eroe del Venezuela” direttamente dalla presidente Rodriguez.

E tu ti senti un eroe?

Non mi sento affatto un eroe: anzi, ci è mancato non aver potuto salvare nessuno. Avevamo individuato un sito, nel quale una mamma e i suoi bambini erano rimasti sotto le macerie, ed eravamo riusciti a stabilire un contatto. Purtroppo, una scossa successiva di assestamento ci ha condotto a sospendere le ricerche, perché non c’erano più le condizioni. Ci stavamo lavorando con i soccorritori olandesi ed ecuadoregni, davvero un peccato.

Hai ricevuto altri riconoscimenti una volta arrivato in Italia?

A Roma ci ha ricevuto e ringraziato il ministro Piantedosi, il 7 luglio. E sono stato contattato dall’associazione Venezuela in Piemonte, che ci ha voluto ringraziare di persona.

Dopo la missione: ripartire più forti di prima

Cosa porti con te da questa esperienza?

L’esperienza che abbiamo vissuto con i colleghi Vigili del fuoco della squadra USAR ci ha spronato a spingere per prepararci ancora di più. Stiamo già lavorando al ripristino delle attrezzature e per essere ancora più pronti.

La squadra è stata un punto di forza durante la spedizione?

Sicuramente. Nonostante lo scenario complesso e le condizioni climatiche difficili ci siamo sempre dati sostegno l’uno con l’altro.

Ti era già capitato di operare in contesti di emergenza paragonabili?

Avevo lavorato all’Aquila [terremoto del 2009, ndr], ma fu molto diverso perché in Venezuela le proporzioni del terremoto sono state molto più grandi, così come era diversa la tipologia costruttiva degli edifici.

L’emergenza “in casa”: l’allarme incendi in Piemonte

Una volta tornato alla tua attività ordinaria, sei passato a un’altra emergenza, di carattere diverso, quella legata agli incendi sul territorio piemontese. Si sa quale possa essere l’origine dei roghi?

Si tratta di un’emergenza tuttora in corso. Contiamo 10 focolai principali attivi in regione, soprattutto nel Torinese, nel Vercellese e nel Novarese, ai quali la Direzione regionale dei Vigili del fuoco risponde mettendo a disposizione la flotta aerea, che però in questi giorni è molto richiesta per la grave situazione incendi anche altrove in Europa e in Italia. Sulle cause dei roghi, l’attività di indagine è svolta dai Carabinieri forestali, quello che posso dire io è che le condizioni climatiche eccezionali, sotto gli occhi di tutti, unite a un forte vento e alle caratteristiche del territorio favoriscono e alimentano i focolai.

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