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Scienza e TecnologiaTorino

Autismo e disabilità intellettiva, uno studio torinese migliora la diagnosi grazie all’integrazione tra genetica e clinica

Individuare una causa genetica significa offrire alle famiglie una spiegazione della condizione del proprio figlio

Gabriele Farina

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TORINO – Una diagnosi più precisa, una migliore comprensione delle malattie rare e nuove prospettive per la medicina personalizzata. Sono i risultati dello studio NeuroWES, coordinato dall’Università di Torino insieme alla Città della Salute e della Scienza di Torino e all’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano, pubblicato sulla rivista scientifica Human Genetics.

La ricerca raccoglie dieci anni di lavoro su 419 famiglie italiane con disturbi del neurosviluppo, tra cui autismo, disabilità intellettiva e ritardo dello sviluppo, dimostrando come il sequenziamento del DNA, da solo, non sia sufficiente per arrivare a una diagnosi accurata. È infatti l’integrazione tra genetisti, clinici, bioinformatici e specialisti a fare la differenza.

Un paziente su tre riceve una diagnosi genetica

I disturbi del neurosviluppo interessano oltre il 3% dei bambini e, in molti casi, hanno un’origine genetica. Individuarla, però, resta una sfida complessa.

Lo studio evidenzia che l’analisi dell’esoma – la parte del DNA che contiene le informazioni per produrre le proteine – ha consentito di identificare una causa genetica nel 36,5% dei pazienti esaminati.

La percentuale sale al 53,8% quando i disturbi sono associati ad altre anomalie o malformazioni, mentre scende all’8,1% nei casi di autismo isolato.

“I disturbi del neurosviluppo interessano oltre il 3% dei bambini e hanno spesso un’origine genetica, ma individuarla è tutt’altro che semplice”, spiegano i coordinatori dello studio, Alfredo Brusco, professore del Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini” dell’Università di Torino e biologo della Genetica Medica della Città della Salute, e Giovanni Battista Ferrero, professore del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino e responsabile della SSD Microcitemie e Malattie Rare Ematologiche dell’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano.

Secondo i ricercatori, la tecnologia rappresenta uno strumento fondamentale, ma non può sostituire l’interpretazione clinica: è il confronto tra competenze diverse che permette di ottenere diagnosi più affidabili e di far progredire la ricerca.

Il DNA da solo non basta

Uno degli aspetti più innovativi del progetto riguarda l’interpretazione delle varianti genetiche.

Individuare un’alterazione nel DNA non significa automaticamente sapere se sia la causa della malattia. Molte varianti hanno infatti un significato ancora incerto e richiedono ulteriori approfondimenti.

Nel corso dello studio, i ricercatori hanno scoperto che alcune modifiche genetiche, inizialmente considerate semplici alterazioni della proteina, agivano invece modificando lo splicing, il processo con cui le cellule assemblano le istruzioni genetiche prima della produzione delle proteine.

Grazie ad analisi sperimentali di laboratorio è stato possibile dimostrare questo meccanismo e riclassificare tali varianti come effettivamente responsabili della patologia, migliorando così l’accuratezza della diagnosi.

Risolto anche il “caso” del gene PPM1D

La ricerca ha inoltre chiarito un’importante questione relativa al gene PPM1D.

Alcune varianti considerate patologiche risultavano presenti anche nei grandi database genetici della popolazione generale, facendo ipotizzare che potessero essere innocue.

Gli studiosi hanno invece dimostrato che queste alterazioni sono presenti soltanto in una parte delle cellule dell’organismo, un fenomeno noto come mosaicismo somatico, e quindi non sono ereditarie né diffuse in tutti i tessuti.

La scoperta consente di interpretare con maggiore affidabilità i database genetici utilizzati a livello internazionale per stabilire se una variante sia realmente responsabile di una malattia.

Scoperti 13 nuovi geni coinvolti nei disturbi del neurosviluppo

Il progetto NeuroWES ha inoltre permesso di identificare 13 geni che, al momento dell’analisi, non erano ancora stati collegati ai disturbi del neurosviluppo.

Parallelamente, i ricercatori hanno ridefinito il ruolo di altri geni già noti, ampliando le conoscenze su alcune malattie rare e mettendo in discussione precedenti ipotesi scientifiche.

Si tratta di risultati che non hanno solo un valore diagnostico, ma contribuiscono a comprendere meglio i meccanismi biologici alla base dello sviluppo cerebrale, aprendo nuove prospettive per la medicina di precisione.

Un aiuto concreto per le famiglie

Individuare una causa genetica significa offrire alle famiglie una spiegazione della condizione del proprio figlio, conoscere con maggiore precisione il rischio che la stessa malattia possa ripresentarsi in una futura gravidanza e, in alcuni casi, accedere a percorsi di monitoraggio o a trattamenti specifici legati al gene coinvolto.

Per i pazienti che oggi restano senza una risposta, lo studio evidenzia invece l’importanza di riesaminare periodicamente i dati genetici: con il continuo avanzare delle conoscenze scientifiche, una variante oggi considerata di significato incerto potrebbe diventare in futuro la chiave per arrivare a una diagnosi definitiva.

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