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Il Monviso che perde pezzi: le frane degli ultimi anni sul Re di pietra, il ruolo del permafrost e del riscaldamento globale
Il Monviso soffre il riscaldamento globale che accelera e modifica i processi che governano la sua naturale evoluzione
Il Monviso è la montagna simbolo delle Alpi Cozie e del Piemonte con i suoi 3.841 metri e la grande piramide rocciosa che domina la pianura piemontese. Quello che soprattutto nel cuneese chiamano “il Re di Pietra” negli ultimi anni è stato interessato da una serie di crolli, distacchi di roccia e fenomeni di instabilità che hanno attirato l’attenzione dei geologi e degli ambientalisti. Una successione di frane, crolli e distacchi di roccia che ha riportato l’attenzione sulla fragilità dell’ambiente di alta quota.
Si tratta di una successione di fenomeni che interessano soprattutto le pareti più alte e fratturate del massiccio e raccont una montagna in trasformazione, dove alla normale evoluzione geologica si aggiunge un elemento nuovo: il progressivo riscaldamento dell’ambiente di alta quota e la degradazione del permafrost.
Il grande crollo del dicembre 2019
Il caso più significativo è quello avvenuto il 26 dicembre 2019, sulla parete nordorientale del Monviso, circa 200 metri a sud-est del Canalone Coolidge. Il distacco interessò la sommità del Torrione del Sucai, a circa 3.200 metri di quota, e si sviluppò verso il basso fino a circa 2.800 metri. Secondo le ricostruzioni di ARPA Piemonte, il fenomeno mobilizzò circa 200.000 metri cubi di roccia. La fascia interessata dal crollo aveva un’ampiezza di circa 45-55 metri e alcuni dei blocchi più grandi raggiunsero volumi stimati fra 150 e 250 metri cubi.
La quantità di materiale fu gigantesca, ma fortunatamente il crollo non provocò vittime né danni a infrastrutture. Il materiale si incanalò lungo il versante e si accumulò più in basso, fra circa 2.650 e 2.520 metri. Il fenomeno fu osservato e ripreso da persone presenti nell’area e successivamente studiato dai tecnici di ARPA Piemonte.
La parete interessata presentava già una storia di instabilità. Le fotografie aeree hanno mostrato un aumento significativo dei grandi massi presenti alla base del versante soprattutto nel periodo successivo al 2010.
Dopo il grande distacco del dicembre 2019, inoltre, la parete continuò a produrre piccoli crolli. Un sopralluogo effettuato da ARPA nel gennaio 2020 evidenziò una residua attività e una situazione ancora lontana da un nuovo equilibrio. Nel giugno dello stesso anno un nuovo rilievo effettuato con drone mise in evidenza un’avanzata situazione di fratturazione dell’ammasso roccioso. ARPA sottolineò quindi la possibilità che il settore potesse continuare a generare distacchi. Dopo una grande frana non necessariamente la montagna si stabilizza. Al contrario, il crollo può modificare gli equilibri locali e lasciare esposte nuove superfici fratturate.
Il ruolo del permafrost
ARPA Piemonte ha individuato due elementi principali: l’intensa fratturazione della roccia e la degradazione del permafrost. Il permafrost è il terreno, o più in generale l’ammasso roccioso, che rimane congelato per periodi molto lunghi. Nelle pareti di alta montagna il ghiaccio presente all’interno delle fratture può contribuire a mantenere unite porzioni di roccia.
Quando le temperature aumentano e il ghiaccio si degrada, questo effetto cementante può diminuire. Le fratture possono quindi diventare più instabili e favorire il distacco di blocchi e intere porzioni di parete.
Ma gli stessi tecnici invitano a evitare semplificazioni: non è possibile attribuire automaticamente ogni crollo al cambiamento climatico. Mancano infatti, soprattutto per i singoli siti, serie sufficientemente lunghe di misure della temperatura all’interno della roccia che permettano di stabilire un rapporto diretto e univoco fra riscaldamento, degradazione del permafrost e singolo evento franoso.
Il quadro scientifico, dunque, è più complesso dello slogan “fa caldo e la montagna frana”. Il cambiamento climatico può modificare le condizioni di stabilità, ma intervengono anche struttura geologica, fratturazione, esposizione, quota, acqua nelle discontinuità e condizioni meteorologiche.
Uno degli aspetti più interessanti del caso Monviso è proprio ciò che è successo dopo il grande crollo.
Nel giugno 2020 ARPA documentò nuovi distacchi di roccia nello stesso settore della parete nordorientale. Il rilievo con drone permise di osservare con grande precisione le fratture presenti nella parete.
Gli studiosi iniziarono così a costruire un modello tridimensionale del versante, individuando le principali discontinuità della roccia e cercando di capire quali porzioni potessero essere maggiormente predisposte a futuri crolli. Lo studio successivo confermò che la configurazione strutturale del versante nordorientale presenta un’elevata predisposizione ai processi di instabilità per crollo.
I crolli nell’estate 2022
Nella caldissima estate 2022 furono segnalati nuovi fenomeni di crollo nell’area del Monviso, compreso un distacco che interessò il settore dei Torrioni di Saint Robert, sulla parete orientale, a circa 3.600 metri.Le cronache di quei giorni descrissero il Monviso insieme alle altre grandi montagne alpine interessate da crepe, crolli e segnali di instabilità durante un’estate caratterizzata da temperature eccezionalmente elevate.
Il crollo del 1° settembre 2026
Intorno alle 20 del 1° settembre 2026 un forte boato è stato percepito sul Monviso e poco dopo è stata segnalata una frana di notevoli dimensioni in alta quota. Il distacco ha interessato l’area nei pressi del Rifugio Quintino Sella e una parte del sentiero verso Pian del Re.
Il Monviso una montagna fragile nel cambiamento climatico e nel riscaldamento globale
Il caso del Monviso è interessante proprio perché mostra come i diversi processi dell’alta montagna siano collegati. La progressiva riduzione dei ghiacciai modifica il paesaggio, lascia scoperte nuove superfici rocciose e aumenta la disponibilità di detrito. Contemporaneamente, il riscaldamento delle pareti può modificare le condizioni del permafrost. ARPA ha sottolineato come i ghiacciai del Monviso abbiano subito una marcata riduzione negli ultimi decenni, in alcuni casi fino a lasciare soltanto residui di ghiaccio sotto coperture detritiche.
La montagna che vediamo oggi, quindi, non è necessariamente quella che vedremo fra venti o trent’anni. Il grande crollo del 26 dicembre 2019, con i suoi circa 200.000 metri cubi di roccia, rappresenta l’evento più importante degli ultimi anni. Ma intorno a quel fenomeno sono stati osservati altri distacchi, nuove fratture e segnali di instabilità.
A questi si aggiungono i fenomeni che interessano i ghiacciai, dal gigantesco crollo del Coolidge del 1989 fino ai più recenti cambiamenti osservati nel 2022. La conclusione degli studi piemontesi non è che il Monviso stia per crollare. È, piuttosto, che alcune sue pareti sono naturalmente predisposte all’instabilità e che il cambiamento delle condizioni climatiche può modificare gli equilibri che regolano questi ambienti.
Il Monviso continuerà dunque a perdere materiale: è il normale destino di una grande montagna. La differenza, rispetto al passato, è che il riscaldamento dell’alta quota può accelerare o modificare alcuni dei processi che governano questa evoluzione.
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