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CronacaTorino

Gru crollata in via Genova a Torino, il pm chiede cinque condanne: «Non fu una fatalità»

Tre anni di carcere per tre imputati, due anni e sei mesi per un quarto e due anni per il quinto. Sono le richieste del pm

Gabriele Farina

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TORINO – Tre anni di carcere per tre imputati, due anni e sei mesi per un quarto e due anni per il quinto. Sono le pene chieste dal pm Giorgio Nicola nel processo per il crollo della gru di via Genova a Torino, avvenuto il 18 dicembre 2021 e costato la vita a tre operai edili: Filippo Falotico, Roberto Peretto e Marco Pozzetti.

La requisitoria si è svolta lunedì 7 settembre al Tribunale di Torino. Al termine della sua ricostruzione, il pubblico ministero ha individuato nelle condotte dei cinque imputati una serie di omissioni e violazioni delle norme di sicurezza che, secondo l’accusa, contribuirono a provocare il drammatico incidente.

Le richieste sono di tre anni di reclusione per Roberta Iandolino, Enrico Calabrese e Stefano Sprocatti, due anni e sei mesi per Mirzad Svraka e due anni per Federico Fiammengo.

«Una serie di errori prevedibili, percepibili e prevenibili»

Il punto centrale della requisitoria del pm è stato il tema della sicurezza nelle operazioni di montaggio della gru.

Secondo Giorgio Nicola, il crollo «non è stato un evento imprevisto, imprevedibile o frutto di una fatalità», ma il risultato di una «serie di errori prevedibili, percepibili e prevenibili».

Per la Procura sarebbe mancata, prima dell’avvio delle operazioni, un’adeguata valutazione preventiva dei rischi. Tra gli elementi indicati dal pm c’è soprattutto l’inidoneità dell’autogrù Liebherr utilizzata per il montaggio della gru a torre, che secondo l’accusa non avrebbe avuto le caratteristiche minime necessarie per operare in quel contesto.

A rendere ancora più complessa la situazione, secondo la ricostruzione dell’accusa, c’erano i vincoli geometrici e urbanistici dell’area, la presenza di due linee aeree e il traffico veicolare. La carreggiata, infatti, non era stata completamente chiusa al traffico, determinando ulteriori limiti alle operazioni.

«Nessuno ha eliminato le criticità presenti nel sito prima del montaggio», ha sostenuto Nicola, arrivando a definire impossibile il completamento del montaggio nelle condizioni in cui si stava operando.

Le contestazioni ai cinque imputati

Nel corso della requisitoria il pm ha analizzato, una per una, le posizioni dei cinque imputati.

Per Roberta Iandolino, secondo l’accusa, sarebbe stata particolarmente grave l’omessa verifica del Pos, il Piano Operativo di Sicurezza, della Locagru. Nel documento, ha spiegato Nicola, mancavano due informazioni ritenute fondamentali: l’altezza della gru da edificare e qualsiasi riferimento all’autogrù che sarebbe stata utilizzata nel cantiere.

Alla Iandolino vengono inoltre contestate l’omessa riunione di coordinamento, l’assenza di sopralluoghi e controlli e il mancato adeguamento del Piano di sicurezza e coordinamento.

La posizione di Federico Fiammengo è stata invece definita dal pm «minore, ma non assente». Secondo Nicola avrebbe dovuto verificare la congruenza dei Pos di Locagru e Calabrese, oltre all’idoneità e al corretto posizionamento dell’autogrù, arrivando eventualmente a impedire l’inizio o la prosecuzione delle operazioni.

Particolarmente pesanti le contestazioni nei confronti di Stefano Sprocatti, indicato dal pm come l’imputato con la posizione più grave. Secondo l’accusa avrebbe predisposto un Pos «assolutamente generico e non contestualizzato», nel quale non era indicata nemmeno l’altezza della gru a torre.

Sarebbero inoltre mancati, secondo la Procura, la valutazione dei vincoli dell’area e dei rischi legati al montaggio. Una corretta analisi dei rischi e l’eventuale sospensione dei lavori, ha sostenuto Nicola, avrebbero potuto evitare il disastro.

Per Enrico Calabrese, datore di lavoro di Mirzad Svraka e all’epoca legale rappresentante della Calabree Autogru, il pm ha contestato soprattutto la scelta e l’impiego di un’autogrù ritenuta «non assolutamente conforme», oltre a un Pos carente e inadeguato. Sarebbe spettato a Calabrese fornire un mezzo tecnicamente idoneo e compatibile con le caratteristiche del cantiere.

Infine, Mirzad Svraka, conducente dell’autogrù Liebherr, è accusato di avere effettuato le operazioni in condizioni non sicure. Secondo il pm avrebbe dovuto conoscere e rispettare le indicazioni del manuale operativo, che vietava tiri obliqui trasversali e orizzontali.

«Doveva interrompere le operazioni», ha ribadito Nicola in aula.

La tesi dell’accusa: non fu un singolo errore

Per il pubblico ministero, dunque, il crollo non sarebbe riconducibile a una singola decisione improvvisa, ma a una concatenazione di omissioni e comportamenti contestati ai diversi soggetti coinvolti nella gestione e nell’esecuzione dei lavori.

Anche l’eventuale errore dei manovratori, ha osservato Nicola, non sarebbe stato un «rischio eccentrico» e quindi imprevedibile. Al contrario, avrebbe dovuto essere preso in considerazione nella valutazione preventiva della sicurezza.

«Ciascun imputato, in cooperazione colposa, ha omesso di porre in essere condotte doverose», ha affermato il pm.

Dopo la requisitoria sono intervenuti gli avvocati delle parti civili, tra cui Sicurezza e Lavoro, FenealUil e Fillea Cgil.

«Chi ha sbagliato dovrà pagare»

Claudio Papa, segretario generale della FenealUil Piemonte, ha parlato di «gravissime inadempienze sul piano della sicurezza» che, secondo la parte civile, hanno causato la morte dei tre lavoratori.

«Ci auguriamo che possa presto essere fatta giustizia e che la sentenza sia da monito per chi non svolge il proprio dovere e mette a repentaglio l’incolumità di lavoratori e lavoratrici, ma anche di cittadini e cittadine», ha dichiarato Papa.

Sulla stessa linea Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro, che ha sottolineato la gravità dei comportamenti contestati ai cinque imputati e il tema della prevenzione nei cantieri.

«Il ricorso al subappalto non fa che aggravare la situazione», ha osservato Quirico, auspicando che la tragedia di via Genova possa diventare un’occasione di riflessione sulle responsabilità legate alla sicurezza sul lavoro.

Il processo verso la sentenza

Il processo non è ancora arrivato alla conclusione. Il giudice Claudio Canavero ha fissato le prossime udienze per il 20 e il 30 ottobre 2026, entrambe alle 9 nella maxi aula 3 del Tribunale di Torino.

Il 20 ottobre saranno discusse le posizioni dei responsabili civili e le difese di Fiammengo e Iandolino. Il 30 ottobre toccherà alle restanti difese.

Successivamente sarà fissata un’ulteriore udienza per le eventuali repliche e quindi per l’emissione della sentenza.

Le responsabilità penali degli imputati dovranno dunque essere accertate dal giudice al termine del processo.

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