Seguici su

Economia

L’oro lontano dal record di gennaio: perché i tassi americani pesano sul metallo giallo

In Piemonte il prezzo dell’oro non interessa solo i risparmiatori

Redazione Quotidiano Piemontese

Pubblicato

il

Nella prima settimana di ottobre un’oncia d’oro valeva tra 4.130 e 4.180 dollari: 4.128 il 5 ottobre, 4.137 il 7, 4.178 l’8, secondo le rilevazioni giornaliere dei prezzi spot. Sono cifre che solo due anni fa sarebbero sembrate impensabili, ma che oggi raccontano una fase di raffreddamento. Il 28 gennaio 2026 il metallo giallo aveva infatti toccato il suo massimo storico, poco sotto 5.590 dollari l’oncia. Da allora ha perso circa un quarto del suo valore, scendendo per qualche giorno sotto i 4.000 dollari a fine giugno. Tra le cause di questo cambio di passo c’è una decisione presa a Washington il 16 settembre: per la prima volta dal 2023 la Federal Reserve ha alzato i tassi d’interesse.

Che cosa ha deciso la Fed

La banca centrale statunitense, guidata da Kevin Warsh, ha portato il costo del denaro nella fascia tra il 3,75% e il 4%, con una decisione presa all’unanimità. Il motivo, nelle parole dello stesso Warsh, è un’inflazione troppo alta da troppo tempo. Le nuove previsioni della Fed indicano un’inflazione al 3,7% a fine 2026 e un ritorno all’obiettivo del 2% solo nel 2029. La maggioranza dei membri del comitato prevede un altro rialzo entro la fine dell’anno. Diversi gestori si aspettano una pausa alla riunione del 27-28 ottobre, vicina alle elezioni americane di metà mandato, e un nuovo intervento a dicembre.

Perché i tassi pesano sull’oro

Per capire il legame bisogna partire da una caratteristica dell’oro: non paga interessi. Chi tiene un lingotto in cassaforte non riceve cedole né dividendi, guadagna solo se il prezzo sale. Quando i tassi sono bassi, rinunciare agli interessi costa poco e l’oro diventa più attraente. Quando i tassi salgono, i titoli di Stato e i conti remunerati tornano a offrire rendimenti interessanti, e tenere oro diventa più costoso in termini di occasioni perse. Gli economisti chiamano questo effetto costo opportunità.

C’è poi il dollaro. L’oro si scambia in dollari, quindi quando la valuta americana si rafforza, il metallo diventa più caro per chi compra in euro, yen o rupie, e la domanda internazionale tende a calare. Un aumento dei tassi americani, di solito, rafforza il dollaro. A inizio ottobre gli operatori del mercato indiano, uno dei più grandi al mondo per l’oro fisico, descrivevano proprio un dollaro solido come uno dei freni al rialzo del metallo.

Che cosa aveva spinto il rally

Il calo va letto alla luce della corsa precedente. Nel 2025 l’oro aveva vissuto uno degli anni migliori della sua storia, con decine di nuovi record. Secondo il World Gold Council la domanda mondiale, compresi gli scambi fuori borsa, aveva raggiunto il record di 5.002 tonnellate. A spingere erano state tre forze: gli acquisti delle banche centrali, che diversificano le proprie riserve riducendo il peso del dollaro; i flussi degli investitori verso i fondi quotati sull’oro; e un clima geopolitico teso, con i dazi tra Stati Uniti e Cina e poi la guerra con l’Iran. A gennaio 2026 questi fattori si erano sommati alle attese di nuovi tagli dei tassi.

Quando lo scenario si è ribaltato e l’inflazione legata all’energia ha costretto la Fed a cambiare direzione, una parte di quegli investimenti è uscita dal mercato.

Stime molto diverse tra loro

Le previsioni sull’oro pubblicate a inizio anno raccontano bene quanto sia difficile prevedere questo mercato. A gennaio alcune grandi banche indicavano obiettivi tra 5.000 e 6.000 dollari per la fine del 2026. Oggi il prezzo si trova tra 850 e 1.850 dollari sotto quelle cifre. Chi consulta le previsioni sull’oro dovrebbe quindi tenere presente che ogni stima è legata a uno scenario preciso: la traiettoria dei tassi americani, il valore del dollaro, il comportamento delle banche centrali e l’evoluzione delle crisi internazionali. Se uno di questi elementi cambia, cambia anche la previsione.

Per le prossime settimane le date da segnare sono la riunione della Fed di fine ottobre e quella di dicembre, i dati sull’inflazione americana e le notizie dal Golfo. Un’eventuale tregua in Medio Oriente, facendo scendere il petrolio, ridurrebbe le pressioni sull’inflazione e potrebbe cambiare i piani della banca centrale.

Un ultimo elemento riguarda le banche centrali. Negli ultimi anni sono state tra i principali acquirenti di oro, e molti analisti ritengono che continueranno a esserlo, approfittando dei cali di prezzo per rafforzare le riserve. Se questa domanda resterà costante, potrebbe limitare le discese; se dovesse rallentare, verrebbe meno uno dei sostegni più importanti del rally degli ultimi due anni. È un fattore che le previsioni tendono a trattare in modi molto diversi.

Le ricadute in Piemonte

In Piemonte il prezzo dell’oro non interessa solo i risparmiatori. Valenza, in provincia di Alessandria, è uno dei principali distretti orafi europei, con centinaia di laboratori e marchi della gioielleria di alta gamma. Per queste imprese il valore della materia prima incide direttamente sui listini e sul capitale immobilizzato in magazzino: un oro più stabile, anche se meno caro del picco di gennaio, rende più semplice programmare la produzione in vista delle vendite natalizie.

Per le famiglie, infine, il quadro attuale suggerisce una lettura prudente. Le quotazioni restano vicine ai massimi della storia, ma l’anno in corso ha mostrato che anche il bene rifugio per eccellenza può perdere un quarto del suo valore in pochi mesi.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI

Iscriviti al canale WhatsApp, segui la nostra pagina Facebook e continua a leggere Quotidiano Piemontese

E tu cosa ne pensi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *