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Balangero, la grande miniera di amianto che ha segnato il Piemonte: cosa resta oggi e come procede la bonifica?

Oggi l’ex miniera tra Balangero e Corio è un Sito di Interesse Nazionale da risanare

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BALANGERO – A una trentina di chilometri da Torino, sulle pendici del Monte San Vittore, tra i territori di Balangero e Corio, si trova una delle più grandi ferite ambientali della storia industriale piemontese: l’ex miniera di amianto di Balangero. Per decenni questo luogo è stato un importante centro produttivo, capace di alimentare un’industria strategica per l’economia italiana e internazionale. Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla chiusura, è ancora al centro di un impegnativo programma di risanamento ambientale.

La storia dell’Amiantifera di Balangero racconta un pezzo significativo dello sviluppo industriale del Novecento, ma anche il progressivo riconoscimento dei rischi legati all’amianto e le difficoltà di affrontare le conseguenze di un’attività estrattiva durata decenni.

La scoperta del giacimento e la nascita della miniera

Il giacimento di amianto del Monte San Vittore venne scoperto nel 1904. Le prime attività di estrazione iniziarono nel 1918, mentre negli anni successivi l’impianto venne progressivamente ampliato e modernizzato.

La miniera sfruttava un giacimento naturale di serpentinite contenente crisotilo, conosciuto anche come amianto bianco. Si trattava di una risorsa molto richiesta dall’industria per le sue caratteristiche: resistenza al calore, capacità isolante, flessibilità e resistenza agli agenti chimici.

Nel corso del Novecento l’attività crebbe fino a trasformare Balangero in uno dei principali centri europei di produzione di amianto. Negli anni Settanta la miniera raggiunse una produzione media annua compresa tra 130.000 e 160.000 tonnellate, con oltre il 60% del materiale destinato ai mercati esteri.

L’area mineraria arrivò a interessare circa 310 ettari di territorio montuoso, ai quali si aggiungeva un complesso industriale di circa 40.000 metri quadrati. Il paesaggio venne profondamente trasformato dagli scavi a cielo aperto, dagli impianti di lavorazione, dalle discariche e dalle strutture necessarie alla gestione dei materiali estratti.

Una miniera che ha segnato il territorio

Per Balangero, Corio e i comuni delle Valli di Lanzo, l’Amiantifera non fu soltanto un’attività industriale. Rappresentò per molti anni una delle principali fonti di occupazione e reddito del territorio.

Generazioni di lavoratori trovarono impiego nella miniera e negli impianti di trattamento del minerale. Attorno all’attività estrattiva si svilupparono competenze tecniche, servizi, attività commerciali e relazioni economiche che contribuirono a caratterizzare la vita delle comunità locali.

La miniera era anche un importante esempio di industria estrattiva tecnologicamente avanzata per il suo tempo. La dimensione degli impianti e i sistemi di lavorazione ne fecero una realtà conosciuta a livello internazionale.

Ma dietro il successo produttivo si nascondeva un problema destinato a diventare sempre più evidente: la pericolosità delle fibre di amianto per la salute umana.

Primo Levi e Italo Calvino: la miniera entra nella letteratura

La storia dell’Amiantifera di Balangero si intreccia anche con quella di due importanti scrittori italiani del Novecento: Primo Levi e Italo Calvino.

Nel novembre 1941 Primo Levi, giovane laureato in chimica, lavorò nella miniera per condurre ricerche e prove finalizzate all’estrazione del nichel dalla roccia serpentinitica. Quell’esperienza diventò materia narrativa per il racconto Nichel, inserito nella raccolta Il sistema periodico, pubblicata nel 1975.

Anche Italo Calvino si occupò della miniera. Nel 1954, come giornalista dell’Unità, seguì una lunga vertenza dei lavoratori contro la proprietà, legata alla soppressione di un premio di produzione. Da quell’esperienza nacque il reportage La fabbrica nella montagna, una testimonianza delle condizioni di lavoro e dei conflitti sociali che attraversavano l’azienda.

La presenza di Levi e Calvino nella storia della miniera restituisce una dimensione ulteriore a questo luogo: non soltanto un grande impianto industriale, ma anche uno spazio di lavoro, conflitto, ricerca scientifica e osservazione della società.

Il problema amianto e la chiusura del 1990

L’amianto è stato utilizzato per gran parte del Novecento in numerosi settori industriali e nell’edilizia. Le sue proprietà isolanti e la resistenza alle alte temperature lo rendevano particolarmente interessante per la produzione di materiali da costruzione, componenti industriali e dispositivi di protezione.

Con il passare degli anni si sono però accumulate le evidenze scientifiche sulla sua pericolosità. L’inalazione delle fibre può provocare gravi patologie, tra cui asbestosi, tumore del polmone e mesotelioma pleurico.

A Balangero la crisi dell’attività estrattiva si manifestò alla fine degli anni Ottanta. Le difficoltà economiche della società, le tensioni sul mercato e la crescente consapevolezza dei rischi sanitari contribuirono al progressivo declino dell’impianto.

Nel 1990 la concessione mineraria venne revocata e la società Amiantifera di Balangero fallì. La chiusura comportò la perdita del lavoro per i dipendenti e lasciò sul territorio un’area industriale dismessa, con discariche, materiali di lavorazione e strutture da mettere in sicurezza.

Due anni dopo, nel 1992, l’Italia approvò la legge 257, che vietò l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e l’utilizzazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono.

Da grande miniera a Sito di Interesse Nazionale

La chiusura dell’attività estrattiva non risolse il problema ambientale. L’area presentava infatti una situazione complessa, legata alla presenza naturale di amianto nelle rocce, ai materiali derivanti dall’attività mineraria, agli impianti industriali e alle discariche.

Nel 1998 l’ex miniera di Balangero e Corio venne inserita tra i Siti di Interesse Nazionale da bonificare. Si tratta di un riconoscimento che individua aree caratterizzate da situazioni di contaminazione ambientale particolarmente rilevanti, per le quali sono necessari interventi coordinati e controlli specifici.

Dal 1995 le attività di risanamento sono affidate a R.S.A. – Società per il Risanamento e lo Sviluppo Ambientale dell’ex miniera di amianto di Balangero e Corio, società a capitale interamente pubblico che opera in convenzione con la Regione Piemonte.

Il lavoro è particolarmente impegnativo perché non si tratta semplicemente di rimuovere materiali abbandonati. L’amianto è infatti presente naturalmente nella formazione geologica del territorio e gli interventi devono ridurre la possibilità che le fibre vengano disperse nell’ambiente, soprattutto attraverso l’azione del vento e delle acque.

La bonifica: un intervento complesso e di lungo periodo

Il risanamento dell’ex miniera comprende diverse attività: la messa in sicurezza delle discariche, la gestione dei materiali contenenti amianto, il controllo delle acque, la stabilizzazione delle aree più esposte e il monitoraggio ambientale.

Le operazioni devono essere condotte con particolare attenzione per evitare che le lavorazioni possano provocare la dispersione delle fibre. Per questo motivo il controllo della qualità dell’aria e delle altre matrici ambientali rappresenta una componente essenziale del programma.

Arpa Piemonte svolge un ruolo importante nelle attività di controllo e monitoraggio, attraverso il Centro Regionale Amianto Ambientale e i propri laboratori specializzati nell’analisi delle fibre.

Secondo i dati riportati nella Relazione sullo Stato dell’Ambiente del Piemonte 2026, il sito interessa un’area montuosa di circa 310 ettari e comprende le zone di estrazione, gli stabilimenti, le discariche e le vasche di decantazione dei fanghi.

Un aggiornamento significativo è arrivato nell’aprile 2026: secondo le informazioni pubblicate da Rigeneriamo il territorio, circa due terzi della superficie del Sito di Interesse Nazionale risultavano messi in sicurezza entro la fine del 2024. Un risultato importante, che non coincide tuttavia con la conclusione definitiva di tutte le attività di risanamento.

Il futuro dell’ex miniera

L’ex miniera di Balangero rappresenta oggi una delle sfide ambientali più significative del Piemonte. La sua storia dimostra quanto possa essere difficile gestire l’eredità di un modello industriale che per decenni ha prodotto ricchezza e occupazione senza disporre delle conoscenze e degli strumenti necessari per valutare pienamente le conseguenze ambientali e sanitarie.

La bonifica non riguarda soltanto la rimozione dei materiali pericolosi, ma anche la restituzione di un territorio alla comunità, attraverso una gestione sicura e sostenibile dell’area.

La trasformazione dell’ex miniera richiede ancora investimenti, competenze scientifiche, monitoraggi e una collaborazione costante tra Regione, enti locali, strutture tecniche e comunità.

Balangero è così diventata una testimonianza concreta di una delle grandi contraddizioni dello sviluppo industriale del Novecento: una risorsa naturale che ha generato lavoro e crescita economica, ma che ha lasciato un’eredità ambientale e sanitaria destinata a impegnare più generazioni.

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