Politica
Cosa sta succedendo in Polonia: lo scontro istituzionale tra Donald Tusk e il presidente Nawrocki sulla Corte costituzionale
Il premier europeista e il presidente vicino alla destra nazionalista si affrontano sul controllo del Tribunale costituzionale
TORINO – La Polonia è precipitata in una nuova e grave crisi istituzionale. Al centro dello scontro c’è il Tribunale costituzionale di Varsavia, ma la contrapposizione riguarda qualcosa di molto più ampio: il funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e il rapporto tra i diversi poteri dello Stato.
Da una parte c’è il governo del primo ministro Donald Tusk, tornato al potere nel dicembre 2023 alla guida di una coalizione europeista e intenzionato a modificare il sistema giudiziario costruito durante gli otto anni di governo del partito nazional-conservatore Diritto e Giustizia (PiS). Dall’altra c’è il presidente della Repubblica Karol Nawrocki, esponente dell’area nazionalista e alleato politico del PiS, che accusa l’esecutivo di voler conquistare con la forza il controllo di un’istituzione costituzionale.
La tensione è esplosa tra venerdì 30 e sabato 31 ottobre 2026, quando è stata annunciata la sospensione del presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Święczkowski. La vicenda ha provocato manifestazioni davanti alla sede della Corte, l’intervento della polizia e un intervento diretto dello stesso presidente della Repubblica, che ha interrotto una missione in Senegal per rientrare a Varsavia.
Sabato sera Tusk ha preso pubblicamente posizione, assicurando che il governo non intende arretrare. «In alcune questioni non può esserci compromesso», ha dichiarato, difendendo la necessità di ripristinare la legalità nelle istituzioni giudiziarie.
Ma per capire perché la Polonia sia arrivata a questo punto bisogna tornare indietro di oltre dieci anni.
La crisi della giustizia comincia nel 2015, con l’arrivo al potere del PiS
La radice dello scontro risale al 2015, quando il partito Diritto e Giustizia, guidato da Jarosław
Kaczyński, conquistò il governo dopo la stagione politica di cui era protagonista anche Donald Tusk.
Durante gli otto anni successivi, gli esecutivi guidati dal PiS avviarono una profonda trasformazione del sistema giudiziario polacco. Le riforme riguardarono la composizione degli organi di autogoverno della magistratura, le procedure di nomina dei giudici e il funzionamento delle principali istituzioni giudiziarie.
Il governo sosteneva che fosse necessario rendere la giustizia più efficiente, superare le incrostazioni del vecchio sistema e aumentare la responsabilità dei magistrati. Le opposizioni e numerosi organismi europei contestarono invece le modifiche, denunciando un progressivo aumento dell’influenza politica sulla magistratura.
Il conflitto investì soprattutto il Tribunale costituzionale, l’organismo chiamato a verificare che le leggi approvate dal Parlamento siano compatibili con la Costituzione.
Già nel 2015 si era aperta una controversia sulle nomine dei giudici. Il Parlamento uscente aveva eletto cinque componenti, ma il Tribunale riconobbe la validità di tre nomine e non delle altre due. La maggioranza appena insediata procedette comunque a nuove elezioni per quei posti, mentre il presidente Andrzej Duda rifiutò di giurare i tre giudici la cui nomina era stata riconosciuta legittima.
Quello fu uno dei primi passaggi di una crisi che negli anni successivi avrebbe coinvolto anche la Corte suprema, il Consiglio nazionale della magistratura e il rapporto tra Varsavia e Bruxelles.
La Commissione europea avviò procedure contro la Polonia e la Corte di giustizia dell’Unione europea intervenne più volte sulle riforme, contestando aspetti del sistema di nomina e delle garanzie di indipendenza dei giudici.
Il risultato è stato un conflitto istituzionale rimasto aperto anche dopo il cambio di governo.
Il ritorno di Donald Tusk e il tentativo di cambiare rotta
Nelle elezioni parlamentari dell’ottobre 2023 il PiS perse la maggioranza necessaria per governare. Una coalizione di forze politiche guidata da Donald Tusk riuscì a formare un nuovo esecutivo, con l’obiettivo dichiarato di riportare la Polonia su una linea più vicina alle istituzioni europee e di ripristinare l’indipendenza della magistratura.
Tusk, già presidente del Consiglio europeo e primo ministro polacco dal 2007 al 2014, aveva fatto del ripristino dello Stato di diritto uno dei punti centrali del proprio programma.
Il problema, però, era che il cambio di maggioranza parlamentare non aveva comportato un ricambio automatico di tutte le istituzioni.
Il presidente della Repubblica era ancora Andrzej Duda, esponente del PiS, che disponeva di importanti poteri costituzionali, compreso quello di porre il veto sulle leggi. E anche dopo la sua uscita di scena, nell’agosto 2025, il successore Karol Nawrocki ha mantenuto una posizione di forte contrapposizione nei confronti del governo.
Nawrocki, eletto nel giugno 2025 con il sostegno del PiS, si è opposto a diverse iniziative dell’esecutivo e ha continuato a contestare le modalità con cui la maggioranza intende intervenire sulla giustizia.
È proprio questo equilibrio istituzionale a rendere particolarmente complicata la situazione polacca: il governo dispone della maggioranza parlamentare, ma il presidente può ostacolare le sue riforme e il sistema giudiziario conserva al proprio interno le conseguenze delle nomine effettuate durante i precedenti governi.
Che cosa è successo alla Corte costituzionale il 30 ottobre
La situazione è precipitata venerdì 30 ottobre.
Il presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Święczkowski, nominato durante la stagione del governo PiS ed ex viceministro della Giustizia, è stato sospeso dalla giudice più anziana dell’istituzione, Anna Korwin-Piotrowska, che ha assunto il controllo delle procedure interne.
La decisione è maturata nel quadro della controversia sulla presenza e sull’effettiva possibilità di lavorare dei giudici eletti dalla nuova maggioranza parlamentare.
Secondo la ricostruzione del governo, i nuovi componenti erano stati regolarmente eletti dal Parlamento, ma non erano stati messi nelle condizioni di esercitare le loro funzioni. Il presidente Nawrocki non aveva infatti proceduto a ricevere il giuramento di cinque giudici indicati dalla maggioranza.
Święczkowski, dal canto suo, aveva impedito ai nuovi giudici di assumere pienamente le proprie funzioni.
La sospensione del presidente del Tribunale ha rappresentato il punto di rottura. Le forze di polizia hanno presidiato l’edificio, mentre davanti alla sede della Corte si sono radunati centinaia di manifestanti contrari all’intervento.
La situazione è diventata ancora più tesa quando alcuni dimostranti hanno tentato di superare le barriere di sicurezza. Secondo le autorità, tre persone sono state arrestate.
La maggioranza di governo ha difeso l’intervento come un passaggio necessario per consentire alla Corte di tornare a funzionare. L’opposizione ha invece parlato di un’operazione illegittima e di un tentativo di occupazione di un organo costituzionale.
La questione è dunque anche giuridica: non si discute soltanto di chi debba dirigere il Tribunale, ma della legittimità delle nomine e delle procedure adottate per modificare gli equilibri al suo interno.
Il presidente Nawrocki interrompe il viaggio in Senegal
Uno degli episodi più significativi della crisi è stato il comportamento del presidente della Repubblica.
Karol Nawrocki si trovava in volo verso il Senegal per una missione ufficiale quando ha appreso quanto stava accadendo a Varsavia. Ha deciso di interrompere il viaggio e di rientrare in Polonia.
Il presidente ha motivato la decisione sostenendo che, in un momento così delicato, fosse necessario essere presente nel Paese.
Una volta tornato, Nawrocki ha preso posizione contro la sospensione dei vertici del Tribunale, parlando di una violazione dell’ordine costituzionale e di una presa di controllo forzata di un organo dello Stato.
Il capo dello Stato ha inoltre contribuito a consentire l’accesso alla sede del Tribunale al vicepresidente Bartłomiej Sochański, che contestava la legittimità delle decisioni assunte dalla giudice Korwin-Piotrowska.
Sabato 31 ottobre Nawrocki ha convocato consultazioni urgenti con i rappresentanti dei gruppi parlamentari, chiedendo di individuare una soluzione alla crisi.
La sua posizione è stata molto netta: secondo il presidente, il governo avrebbe superato i propri poteri intervenendo con la forza su un’istituzione costituzionale.
La presenza del capo dello Stato direttamente all’interno del conflitto, anche fisicamente davanti alla sede della Corte, ha trasformato una controversia sulla composizione di un organo giudiziario in uno scontro aperto tra le massime istituzioni del Paese.
La risposta di Tusk: «Non ci può essere compromesso con l’illegalità»
La sera di sabato 31 ottobre Donald Tusk ha scelto di intervenire direttamente con un messaggio televisivo alla nazione.
Il premier ha respinto le accuse di colpo di mano, sostenendo che l’azione del governo e dei giudici che hanno contestato la presidenza di Święczkowski fosse necessaria per superare una situazione di paralisi istituzionale.
Secondo Tusk, il Tribunale costituzionale, nella sua composizione precedente, non garantiva più le condizioni di indipendenza richieste a un organo di questo tipo. Il premier ha richiamato anche le pronunce delle istituzioni giudiziarie europee che hanno contestato la legittimità di alcuni aspetti del sistema polacco.
Nel suo discorso ha ricordato che i giudici eletti dalla nuova maggioranza avevano atteso a lungo prima di cercare di esercitare le proprie funzioni, senza riuscire a ottenere il riconoscimento necessario da parte dei vertici del Tribunale.
Tusk ha anche attaccato direttamente il comportamento del presidente della Repubblica, sostenendo che nessun politico, neppure il capo dello Stato, possa entrare in un tribunale per impartire ordini o intimidire i giudici.
Il passaggio più duro è stato quello in cui il premier ha paragonato la reazione dell’opposizione a quella di un ladro che, dopo aver sottratto la borsa a un’anziana signora, si lamenta di essere vittima di violenza quando viene fermato.
«Uno Stato democratico deve essere forte e capace di far rispettare la giustizia», ha dichiarato Tusk, assicurando che il governo garantirà alla Corte le condizioni di sicurezza e di funzionamento necessarie.
Il premier ha anche evocato il rischio che la crisi venga sfruttata da ambienti filorussi attraverso campagne di disinformazione e attività online.
Il discorso, tuttavia, non ha prodotto un accordo con il presidente né ha indicato una soluzione condivisa per uscire dalla contrapposizione.
Il PiS e le destre accusano il governo di tentato golpe
La reazione dell’opposizione è stata immediata.
Il PiS, il partito che ha governato la Polonia dal 2015 al 2023, ha definito quanto accaduto un tentativo di colpo di Stato e ha accusato Tusk di voler imporre il proprio controllo sulle istituzioni.
In prima linea c’è Jarosław Kaczyński, storico leader della formazione nazional-conservatrice, che ha partecipato alla mobilitazione davanti al Tribunale costituzionale.
Alla contestazione si sono unite anche altre forze della destra polacca, compresa Konfederacja, una coalizione che raccoglie componenti nazionaliste e libertarie, e la nuova formazione politica di Mateusz Morawiecki, l’ex primo ministro del PiS.
La crisi ha così prodotto un effetto politico importante: formazioni che negli ultimi mesi avevano mostrato divisioni e rivalità si sono ritrovate unite nella contestazione del governo.
Le opposizioni hanno annunciato una battaglia parlamentare contro Tusk e hanno chiesto il ripristino dei vertici precedenti del Tribunale.
Il presidente Nawrocki, nel frattempo, ha cercato di assumere un ruolo di coordinamento delle forze contrarie all’esecutivo attraverso le consultazioni con i gruppi parlamentari.
Non si tratta quindi soltanto di una disputa tra due personalità politiche, ma di una contrapposizione che attraversa l’intero sistema politico polacco.
Che cosa c’entra l’Unione europea
La vicenda ha una dimensione che supera i confini nazionali.
La Polonia è uno dei Paesi più importanti dell’Europa centro-orientale, membro dell’Unione europea e della Nato, con un ruolo strategico nella sicurezza del continente, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il conflitto sulla giustizia è stato per anni uno dei principali motivi di tensione tra Varsavia e Bruxelles.
Durante il governo PiS, la Commissione europea aveva contestato le riforme giudiziarie polacche, sostenendo che alcune di esse compromettessero l’indipendenza dei magistrati e il principio della separazione dei poteri.
La Corte di giustizia dell’Unione europea era intervenuta più volte, arrivando a contestare anche la legittimità e l’indipendenza del Tribunale costituzionale polacco nella sua precedente configurazione.
Con il ritorno di Tusk al governo, i rapporti con Bruxelles erano migliorati e la Polonia aveva avviato un percorso per superare le controversie sullo Stato di diritto.
Ma la soluzione non è stata semplice. Il governo ha incontrato la resistenza del presidente della Repubblica e di una parte delle istituzioni giudiziarie, mentre alcune riforme sono rimaste bloccate.
Nelle ultime ore la Commissione europea ha sollecitato Nawrocki a procedere con le nomine dei nuovi giudici, nel quadro del tentativo di ricomporre il conflitto.
La posizione europea, tuttavia, non equivale a un’approvazione automatica di qualsiasi iniziativa del governo polacco: anche le procedure adottate per ripristinare l’indipendenza della magistratura devono rispettare le garanzie costituzionali.
È proprio questo il nodo più delicato. Il ripristino dello Stato di diritto non può prescindere dal rispetto delle regole che disciplinano la nomina e il funzionamento delle istituzioni.
La crisi di Varsavia diventa così anche un banco di prova per l’Unione europea: come intervenire quando un Paese membro deve correggere le conseguenze di riforme contestate, senza che il processo di correzione produca nuove controversie costituzionali?
La Polonia si avvicina alle elezioni del 2027 in un clima sempre più polarizzato
La crisi giudiziaria arriva in un momento particolarmente delicato per la politica polacca.
Le prossime elezioni parlamentari sono previste nell’autunno del 2027 e il confronto tra Tusk e Nawrocki rischia di diventare uno dei temi centrali della campagna elettorale.
Il premier deve dimostrare di riuscire a mantenere le promesse fatte agli elettori nel 2023, soprattutto sul ripristino dello Stato di diritto. Ma deve farlo in un quadro nel quale il presidente della Repubblica dispone di strumenti per ostacolare le sue iniziative.
Nawrocki, dal canto suo, si sta affermando come il principale punto di riferimento istituzionale dell’area conservatrice e nazionalista. Il suo rapporto con il PiS è particolarmente importante, perché il partito di Kaczyński cerca di recuperare terreno dopo la sconfitta elettorale del 2023.
A complicare il quadro c’è la crescita di Konfederacja, che rappresenta un’area della destra con posizioni ancora più radicali su diversi temi politici e sociali.
Il rischio è che la controversia sulla giustizia finisca per alimentare ulteriormente la polarizzazione del Paese, rendendo sempre più difficile trovare un accordo istituzionale.
La posta in gioco non riguarda soltanto chi guiderà il Tribunale costituzionale, ma anche quale modello di democrazia e di equilibrio tra i poteri prevarrà nei prossimi anni.
Che cosa può succedere adesso
Al 1° novembre 2026 la situazione resta aperta. Non risulta ancora raggiunto un accordo tra il governo e la presidenza della Repubblica.
I prossimi passaggi saranno decisivi soprattutto su tre fronti:
1. Il funzionamento della Corte costituzionale: bisognerà capire se i giudici eletti dalla nuova maggioranza riusciranno effettivamente a esercitare le proprie funzioni e se la sospensione di Święczkowski reggerà alle contestazioni.
2. Lo scontro tra Tusk e Nawrocki: il presidente potrebbe continuare a ostacolare il programma di riforme del governo, mentre il premier ha già escluso di voler rinunciare al proprio intervento sulla giustizia.
3. La reazione dell’Unione europea: Bruxelles dovrà valutare come sostenere il ripristino dell’indipendenza giudiziaria senza ignorare i problemi di legittimità costituzionale sollevati dalle opposizioni.
C’è inoltre un elemento politico da non sottovalutare: la crisi potrebbe diventare il terreno sul quale le diverse componenti della destra polacca ricostruiranno la propria unità in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno.
Per ora, la Polonia si trova davanti a una contrapposizione istituzionale particolarmente delicata. Il governo sostiene di voler rimuovere gli effetti di anni di interferenze politiche sulla magistratura; il presidente e le opposizioni denunciano invece un intervento che, a loro giudizio, viola l’ordine costituzionale.
Entrambe le parti richiamano il principio dello Stato di diritto, ma ne danno un’interpretazione profondamente diversa.
Ed è proprio questo il paradosso della crisi polacca: due schieramenti che dichiarano di voler difendere la Costituzione si accusano reciprocamente di violarla. La soluzione non potrà dipendere soltanto dai rapporti di forza tra governo e opposizione, ma dovrà passare attraverso procedure giuridiche riconosciute e istituzioni in grado di recuperare credibilità e indipendenza.
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