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Nuova moschea a Torino, la Confederazione islamica replica alle polemiche sulla bonifica dell’ex Nebiolo: «Non c’è un divieto di utilizzo per cinque anni»

La Confederazione spiega che una bonifica tradizionale e una Messa in Sicurezza Permanente sono due interventi differenti

Gabriele Farina

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TORINO – La Confederazione islamica interviene nel dibattito sulla realizzazione della nuova moschea di Torino, nell’area dell’ex Fonderia Nebiolo, e risponde alle polemiche sollevate sulla bonifica del terreno destinato a ospitare il luogo di culto.

Al centro della discussione c’è la presenza di contaminanti nell’area, iscritta nell’anagrafe dei siti contaminati, e il fatto che gli interventi di bonifica non risultino ancora completati. Una circostanza che ha alimentato le contestazioni della Lega, che ha sollevato dubbi sulla possibilità di procedere con il progetto e sull’eventuale necessità di attendere cinque anni prima di poter utilizzare il terreno.

La Confederazione islamica, attraverso una nota, chiarisce però che il progetto approvato non prevede una bonifica tradizionale, ma una Messa in Sicurezza Permanente (MISP). Una differenza tecnica e procedurale che, secondo l’organizzazione, cambia sostanzialmente il significato del periodo di monitoraggio ambientale previsto.

Che cosa prevede la Messa in Sicurezza Permanente

La Confederazione spiega che una bonifica tradizionale e una Messa in Sicurezza Permanente sono due interventi differenti.

Nel primo caso si interviene sul terreno per rimuovere o ridurre gli agenti contaminanti presenti, fino al raggiungimento degli obiettivi stabiliti. La MISP, invece, non comporta necessariamente l’eliminazione di tutte le sostanze contaminanti: il suo obiettivo è isolare e confinare le eventuali fonti di inquinamento, impedendo che possano disperdersi o entrare in contatto con le persone e l’ambiente.

È proprio questa seconda soluzione quella prevista dal progetto approvato per l’area dell’ex Nebiolo.

L’intervento comporta un piano di monitoraggio ambientale della durata di cinque anni, necessario per verificare che le opere realizzate continuino a garantire nel tempo le condizioni di sicurezza previste.

«I cinque anni non sono un divieto di utilizzo dell’area»

Il punto su cui la Confederazione islamica insiste maggiormente riguarda proprio l’interpretazione dei tempi di monitoraggio.

«I cinque anni non rappresentano un periodo di attesa durante il quale l’area deve rimanere inutilizzata», precisa l’organizzazione, sottolineando che durante questo intervallo possono proseguire le attività edilizie.

Una volta completati gli interventi previsti e rispettate le prescrizioni contenute nel progetto, secondo la Confederazione sarà quindi possibile procedere alla fruizione del sito, senza dover attendere la conclusione dell’intero periodo di monitoraggio.

«Il monitoraggio quinquennale non equivale a un divieto quinquennale di utilizzo», è la precisazione contenuta nella nota.

Le polemiche sollevate dalla Lega sulla nuova moschea

La presa di posizione arriva dopo le dichiarazioni del capogruppo della Lega in Regione Piemonte, Fabrizio Ricca, che ha sollevato la questione attraverso un’interrogazione alla quale ha risposto Arpa Piemonte.

L’area delle ex Fonderie Nebiolo, in via Bologna, è iscritta nell’anagrafe regionale dei siti contaminati con il numero 3.100. Il procedimento di bonifica è già passato attraverso le fasi di caratterizzazione, analisi del rischio e progettazione, ma gli interventi non risultano ancora conclusi.

Nella risposta di Arpa viene evidenziato che il sito non potrà essere considerato formalmente bonificato prima che siano trascorsi cinque anni dalla conclusione degli interventi, periodo necessario per verificare nel tempo l’efficacia della messa in sicurezza.

Ricca ha utilizzato questi elementi per contestare la possibilità di procedere con il progetto della moschea, richiamando la necessità di tutelare la salute pubblica e sostenendo che il terreno non sia ancora nelle condizioni per la piena fruizione.

La Confederazione islamica interviene ora per chiarire la propria posizione sul piano tecnico: la presenza di un monitoraggio ambientale quinquennale non comporta automaticamente cinque anni di stop ai lavori e all’utilizzo dell’area. Resta naturalmente necessario rispettare le prescrizioni progettuali e garantire le condizioni di sicurezza previste.

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