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Superga, 4 maggio 1949: il giorno in cui il calcio italiano si fermò

A pochi metri dalla Basilica di Superga, l’aereo che riporta a casa il Grande Torino si schianta contro il muraglione posteriore. Non ci sono sopravvissuti.

Gabriele Farina

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TORINO – Il rombo dei motori si perde nella nebbia. Poi, all’improvviso, il silenzio.

Il 4 maggio 1949, sulla collina che domina Torino, si consuma una delle più grandi tragedie della storia dello sport italiano: il Disastro aereo di Superga. A pochi metri dalla Basilica di Superga, l’aereo che riporta a casa il Grande Torino si schianta contro il muraglione posteriore. Non ci sono sopravvissuti.

In un istante, l’Italia perde la sua squadra più forte. E qualcosa di più.

Il Grande Torino, simbolo di un Paese che rinasce

Prima di quel pomeriggio, il Torino non è solo una squadra di calcio. È una macchina perfetta, una leggenda in costruzione.

Tra gli anni Quaranta e il 1949, il Grande Torino domina il campionato italiano con una superiorità schiacciante. Gioca un calcio moderno, veloce, spettacolare. Riempie gli stadi e accende l’entusiasmo di un Paese che cerca di rialzarsi dopo la guerra.

Il volto di quella squadra è il capitano Valentino Mazzola: carismatico, tecnico, trascinatore. Con lui, un gruppo di campioni che costituisce quasi interamente l’ossatura della Nazionale italiana.

Il Torino non rappresenta solo la vittoria. Rappresenta la speranza.

Il viaggio di ritorno e la tragedia

Quel giorno, la squadra sta tornando da Lisbona, dove ha disputato un’amichevole contro il Benfica per celebrare il capitano portoghese Ferreira.

Il volo procede senza particolari problemi fino all’avvicinamento a Torino. Poi la situazione cambia: la visibilità è ridotta, la nebbia avvolge la collina di Superga.

Alle 17:03, il trimotore Fiat G.212 si schianta contro il muraglione della basilica. L’impatto è devastante.

Muoiono tutti: giocatori, staff tecnico, dirigenti, giornalisti, membri dell’equipaggio. Trentuno persone in totale.

Non c’è nemmeno il tempo di capire.

Una città in ginocchio, un Paese in silenzio

La notizia si diffonde rapidamente. Torino si ferma.

Migliaia di persone salgono verso Superga, a piedi, sotto la pioggia e nel fango. Vogliono esserci, vogliono vedere, vogliono capire. È incredulità, è dolore, è bisogno di condividere una perdita che appare irreale.

Il funerale diventa un evento collettivo senza precedenti. Centinaia di migliaia di persone accompagnano il feretro delle vittime in un silenzio carico di emozione.

L’Italia intera si riconosce in quel lutto.

L’eredità di Superga

A distanza di oltre settant’anni, il ricordo del Grande Torino non si è mai spento.

Ogni 4 maggio, la città torna a Basilica di Superga. Il capitano del Torino FC legge i nomi dei caduti, uno a uno. È un rito semplice, ma potentissimo.

Superga è diventata un simbolo. Non solo di una tragedia, ma di un’epoca, di un’identità, di un modo di vivere il calcio.

Perché quella squadra non è mai stata solo una squadra.

Era un sogno condiviso. E, in quel pomeriggio di maggio, quel sogno si è spezzato per sempre.

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