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CronacaTorino

La procura di Torino impugna la sentenza che aveva assolto a giugno a Torino l’uomo imputato di maltrattamenti all’ex compagna

Il linguaggio usato dal giudice è l’aspetto attorno a cui più si concentra l’intervento coordinato dal magistrato Cesare Parodi

Marco Lovisolo

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TORINO – Si è molto parlato di recente della sentenza del tribunale di Torino che a giugno ha assolto un uomo dall’accusa di maltrattamenti all’ex compagna, condannandolo solo a un anno e mezzo per lesioni perché «andava compreso», non avendo avuto la vittima «comportamenti ineccepibili». Ieri pomeriggio a Tagadà su La7 il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e procuratore aggiunto di Torino Cesare Parodi ha annunciato l’impugnazione della sentenza, che sarà sottoposta alla Corte d’Appello.

Il magistrato, che a Torino coordina il pool “Fasce deboli” della procura, ha spiegato che la fattispecie del reato di maltrattamenti è molto difficile da identificare: per questo motivo numerosi processi si concludono con un’assoluzione per questo tipo di accusa. Tuttavia, ciò che più ha colpito il pool di Parodi è stato il linguaggio usato nelle motivazioni della sentenza: «Chiederemo alla Corte d’appello, al caso alla Cassazione, se la Procura generale lo riterrà, se questo genere di argomentazione, che a me pare non in linea a quei principi espressi anche dalla Corte europea, proprio sui criteri di valutazione, sia o meno condivisibile».

Immediata la reazione della Camera penale del Piemonte occidentale, che ha manifestato la propria preoccupazione per la scelta operata dalla procura: «La formulazione di un’accusa non è e non può essere sinonimo di condanna. Il processo serve a verificarne la fondatezza e chi lo governa, il giudice, deve avere la libertà di decidere, indipendentemente dalla pericolosa volontà social o popolare, ovvero del politico di turno che, per qualche voto in più, mira a cavalcare desideri di punizione sommaria. Siamo alla deriva dell’informazione giudiziaria: diventa un caso l’assoluzione di un imputato (peraltro parziale, essendo stato l’uomo condannato a un anno e sei mesi di reclusione) a seguito di un regolare processo; l’assoluzione è presentata come un esempio di malagiustizia. Non solo, ma non si esita a presentare la sentenza come frutto del lavoro di un solo giudice uomo, laddove la stessa è stata pronunciata da un tribunale collegiale. E ancora: il giudice viene citato più volte con nome e cognome, con un’inopportuna personalizzazione, diretta probabilmente a mettere in guardia tutti gli altri giudici dall’assumere analoghe decisioni liberatorie» si legge in una nota.

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