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Torino sull’orlo di una rivoluzione automobilistica: il rischio dell’arrivo massiccio dei gruppi cinesi

Quella che si sta delineando a Torino non è semplicemente una crisi di mercato, ma un vero e proprio cambio di paradigma industriale

Gabriele Farina

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TORINO – La città che un tempo era sinonimo di FIAT e dell’industria automobilistica italiana sta vivendo una delle trasformazioni più radicali della sua storia moderna. Mentre il gruppo Stellantis affronta una crisi profonda, i costruttori cinesi si affacciano sempre più prepotentemente sul mercato locale, con riflessi che spaziano dall’occupazione alla filiera della componentistica, fino alle strategie industriali di lungo periodo.

Un declino produttivo che spalanca le porte

Secondo i dati elaborati da FIM-CISL la produzione annua del gruppo Stellantis in Italia è precipitata dai 743.000 veicoli del 2017 ai circa 213.000 attesi nel 2025, un calo di oltre il 70 % in meno di un decennio. A Torino la situazione non è esattamente esente dalla tempesta: nello stesso periodo la produzione nel capoluogo piemontese si è più che dimezzata, passando da 69.000 a circa 30.000 vetture all’anno.

Questa sofferenza produttiva si riflette anche sull’occupazione: nell’impianto di Mirafiori sono stati attivati contratti di solidarietà che interessano circa 2.300 dipendenti, con riduzioni di orario fino all’80 %. Il ricorso agli ammortizzatori sociali coinvolge «quasi la metà» dei lavoratori delle fabbriche Stellantis in Italia, secondo analisti sindacali citati nel testo.

Le case cinesi in marcia: dalla componente all’auto completa

Se Stellantis perde terreno, dall’altra parte i gruppi automobilistici cinesi non solo aumentano la loro presenza commerciale, ma iniziano a coinvolgere l’intera filiera produttiva.

Il caso più evidente è quello di BYD, definita nel testo come primo produttore di veicoli elettrificati al mondo, che ha selezionato 85 aziende italiane – molte con sede nell’area di Torino – per fornire componenti per i propri modelli. L’obiettivo dichiarato di BYD è quello di sviluppare produzione in Europa per aggirare i dazi imposti dall’Unione Europea alle auto elettriche importate dalla Cina.

Non solo componenti: lo stabilimento di LEAR a Grugliasco – già parte dell’indotto Stellantis – si sta riconvertendo per la produzione di microcar elettriche, in quella che è vista come una vera e propria “porta d’ingresso” per i costruttori orientali nell’hinterland torinese.

Competizione e posizionamento: da fornitore a rivale

Torino non è nuova alla presenza cinese. Dalla fase iniziale di acquisizione competenze, la Cina sta ora puntando a una presenza più strutturata: dall’R&D agli impianti produttivi, fino alla distribuzione di vetture complete nel mercato italiano ed europeo. Al punto che le strategie dei produttori cinesi includono non solo l’esportazione, ma la possibile produzione locale e l’aggregazione della filiera attorno ai centri di eccellenza come quello torinese.

Minaccia o opportunità? Dibattito nell’indotto

Per i sindacati e parte dell’imprenditoria locale, l’ingresso dei costruttori cinesi può rappresentare una stimolazione alla filiera, soprattutto laddove gli operatori locali fossero stati messi in difficoltà dal rallentamento di Stellantis. Allo stesso tempo, però, molti temono che questa trasformazione possa portare a una delocalizzazione di competenze e posti di lavoro, soprattutto se la produzione non dovesse restare ancorata strettamente al territorio torinese.

Un cambio di paradigma industriale

Quella che si sta delineando a Torino non è semplicemente una crisi di mercato, ma un vero e proprio cambio di paradigma industriale: da città fondata sull’industria automobilistica nazionale a possibile hub europeo per i gruppi automobilistici cinesi. Se da un lato ciò potrebbe portare nuovi investimenti, catene di fornitura e tecnologie, dall’altro pone interrogativi sul futuro dell’identità produttiva italiana e sul ruolo di Stellantis nell’era dell’elettrico e della competizione globale.

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