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Cancellare o conservare? Il dilemma delle scritte “Duce” nei cascinali piemontesi

Succede a Orfengo, come in molti altri piccoli centri del Piemonte rurale

Gabriele Farina

Pubblicato

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Foto di Mario Alesina

NOVARA – C’è un momento, attraversando certe strade di campagna nel Novarese, in cui il paesaggio sembra fermarsi. Cascinali in mattoni, tetti bassi, cortili silenziosi. Poi, all’improvviso, su un muro consumato dal tempo, emerge una parola: “DUCE”. Sbiadita, ma ancora leggibile.

Succede a Orfengo, come in molti altri piccoli centri del Piemonte rurale. E ogni volta che queste scritte riaffiorano – magari dopo una pulitura o un restauro – si riapre una questione tutt’altro che chiusa: è giusto conservarle o sarebbe meglio cancellarle?

Segni di propaganda diventati storia

Quelle scritte non sono graffiti casuali. Sono tracce dirette della propaganda fascista, diffuse soprattutto tra gli anni Trenta e l’inizio della guerra. Nei contesti rurali, lontani dai grandi centri urbani, erano uno strumento semplice ed efficace: parole brevi, visibili a tutti, capaci di trasformare anche un cascinale in un mezzo di comunicazione politica.

Oggi, però, il loro significato è cambiato. Non sono più slogan attivi, ma documenti storici involontari. Come fotografie scolorite, raccontano un’epoca in cui il consenso veniva costruito anche così, con la ripetizione ossessiva di simboli e parole.

Per questo, secondo molti storici, cancellarle equivarrebbe a eliminare una testimonianza concreta del passato. Non una pagina di libro, ma un segno fisico, inserito nel paesaggio.

Il rischio della rimozione

Chi sostiene la conservazione parte da un principio semplice: la storia, anche quando è scomoda, non si cancella.

Rimuovere queste scritte potrebbe contribuire a una memoria selettiva, in cui ciò che disturba viene progressivamente eliminato. In questo senso, i muri dei cascinali diventano archivi a cielo aperto, capaci di raccontare senza filtri cosa è stato il fascismo nella vita quotidiana.

C’è anche un altro aspetto: la dimensione locale. Nel Piemonte agricolo, queste tracce sono spesso le uniche testimonianze visibili della presenza capillare del regime nelle campagne. Non grandi monumenti, ma piccoli segni diffusi, proprio per questo più autentici.

Simboli che dividono ancora

Eppure, lasciare tutto com’è non è una scelta neutra.

Il fascismo non è un passato lontano e innocuo, ma una dittatura che ha segnato profondamente la storia italiana. Le sue parole d’ordine, anche se sbiadite, possono ancora risultare offensive o ambigue.

Una scritta “DUCE” su un edificio visibile oggi rischia di essere letta non come testimonianza, ma come segno di adesione o nostalgia. Senza un contesto, il significato originario si perde, e quello simbolico può trasformarsi.

Non è un timore teorico: in diversi casi, la riemersione di queste scritte ha generato polemiche, soprattutto quando percepite come tollerate o addirittura valorizzate.

Tra memoria e apologia

Il punto più delicato è proprio questo: dove finisce la memoria e dove inizia il rischio di apologia?

Un conto è conservare un segno storico, un altro è lasciarlo parlare da solo. Nel primo caso, si invita alla riflessione; nel secondo, si rischia l’equivoco.

Anche piccoli dettagli possono cambiare la percezione: una scritta isolata su un muro di campagna può sembrare innocua a qualcuno, ma diventare un simbolo identitario per altri.

Una possibile terza via

Negli ultimi anni, si è fatta strada una soluzione intermedia: conservare, ma spiegare.

Non cancellare le scritte, ma accompagnarle con strumenti di contestualizzazione: targhe, pannelli, percorsi didattici. Trasformarle, in sostanza, da residui del passato a occasioni di conoscenza.

È l’approccio della storia pubblica, già adottato in molti contesti europei per affrontare eredità scomode. L’idea è semplice: non nascondere, ma neppure lasciare che il passato si racconti da solo.

Il caso piemontese: una memoria diffusa e silenziosa

Nelle campagne del Piemonte, questo tema assume una sfumatura particolare.

A differenza delle città, dove il fascismo ha lasciato architetture monumentali, nelle campagne la sua presenza si manifesta in modo più discreto ma diffuso. Le scritte sui cascinali sono parte di un paesaggio quotidiano, spesso ignorato o dato per scontato.

E proprio questa normalità le rende interessanti: raccontano non tanto il potere, quanto la sua penetrazione nella vita di tutti i giorni.

Conclusione: cosa fare di quei muri

Davanti a una scritta “DUCE” che riemerge da un muro, la tentazione di cancellare tutto è comprensibile. Ma lo è anche quella di lasciarla, come monito.

Il vero nodo, forse, non è scegliere tra conservazione e rimozione, ma capire come trasformare quei segni in strumenti di consapevolezza.

Perché un muro può essere solo un muro.
Oppure può diventare una domanda aperta sulla nostra storia.

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