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Neonato lasciato nella Culla per la Vita di Giaveno: primo utilizzo in 11 anni, il richiamo degli assistenti sociali

Nei giorni scorsi, un neonato è stato lasciato in sicurezza all’interno della culla termica situata nei pressi del presidio ospedaliero cittadino

Gabriele Farina

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GIAVENO – A Giaveno la “Culla per la Vita” è stata utilizzata per la prima volta dalla sua attivazione, avvenuta oltre undici anni fa. Nei giorni scorsi, un neonato è stato lasciato in sicurezza all’interno della culla termica situata nei pressi del presidio ospedaliero cittadino, una struttura pensata per accogliere bambini che, per diverse ragioni, i genitori non possono tenere con sé.

La vicenda ha rapidamente suscitato un forte dibattito pubblico, alimentato anche dalle reazioni sui social network. Un episodio che ha generato emozioni contrastanti, tra comprensione, dolore e riflessione, riportando al centro dell’attenzione il tema del sostegno alla maternità fragile e della tutela dei neonati.

I volontari che gestiscono la struttura hanno definito quanto accaduto “non un abbandono, ma un atto d’amore”, sottolineando come la madre abbia scelto una strada che ha consentito al bambino di essere immediatamente preso in carico in condizioni di sicurezza. Altre voci hanno invece richiamato la necessità di affrontare la vicenda con rispetto e delicatezza, ricordando la complessità di una scelta che la normativa italiana tutela anche attraverso il diritto all’anonimato.

L’intervento dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte

Sul caso è intervenuto anche l’Ordine Interregionale Assistenti Sociali del Piemonte e della Valle d’Aosta, che invita a leggere quanto accaduto non soltanto come un fatto di cronaca, ma come un’occasione per interrogarsi sul funzionamento e sulla conoscenza dei servizi di supporto alla maternità.

Secondo l’Ordine, dietro una vicenda di questo tipo possono nascondersi situazioni di fragilità personale, economica, sociale o relazionale impossibili da ricostruire dall’esterno. Proprio per questo, il tema centrale diventa la capacità delle istituzioni e dei servizi territoriali di intercettare precocemente situazioni di difficoltà e offrire strumenti concreti di sostegno.

Se da un lato l’episodio evidenzia un elemento positivo — il neonato è stato affidato a un luogo sicuro e a operatori in grado di garantirne immediata protezione e assistenza — dall’altro apre interrogativi importanti: quanto sono conosciute le opportunità offerte dal parto in anonimato? Quanto sono accessibili i servizi di sostegno alla maternità? E quanto è diffusa la consapevolezza del ruolo svolto da consultori e servizi territoriali?

La riflessione

A porre l’accento su questi aspetti è Sabrina Testa, presidente dell’Ordine Interregionale Assistenti Sociali del Piemonte e della Valle d’Aosta.

“Occorrerebbe richiamare le istituzioni al potenziamento dei servizi consultoriali che fin dal 1975 esistono a supporto proprio della maternità e soprattutto di quelle più fragili”, spiega Testa.

La presidente evidenzia in particolare il ruolo delicato degli assistenti sociali nell’accogliere e accompagnare le donne che si trovano a vivere gravidanze non cercate o non desiderate, spesso in momenti di forte disorientamento e vulnerabilità.

Un altro punto centrale riguarda la necessità di promuovere una maggiore conoscenza della legge sul parto in anonimato. Si tratta di uno strumento che tutela sia la madre, garantendole la possibilità di restare anonima, sia il bambino, che in futuro potrà, se necessario, ricostruire le proprie origini. Un aspetto particolarmente significativo nei percorsi di adozione.

Il caso di Giaveno, dunque, riporta al centro un tema che riguarda non solo la tutela dell’infanzia, ma anche la capacità di una comunità di offrire ascolto, supporto e risposte concrete alle fragilità.

L’appello dell’Ordine è chiaro: recuperare una visione positiva dei servizi pubblici, affinché siano percepiti dai cittadini come luoghi in cui chiedere aiuto senza paura, trovando sostegno e accoglienza nei momenti più difficili.

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