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“Ceci n’est pas un drone”, in piazza San Carlo un aquilone per parlare di Gaza

L’arte solleva la questione: che cosa rimane ai bambini palestinesi?

Gabriele Farina

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TORINO – Un aquilone bianco con una scritta rossa, sospeso nello spazio pubblico di piazza San Carlo a Torino. È l’immagine scelta dall’artista Romina Di Forti per la sua azione artistica Ceci n’est pas un drone.

L’opera è composta da legno, tessuto e acrilico rosso e parte da un oggetto apparentemente semplice e innocuo: un aquilone, tradizionalmente associato al gioco, all’infanzia e alla libertà di affidarsi al vento.

Ma in questo caso l’aquilone porta con sé una domanda. La scritta «CECI N’EST PAS UN DRONE» («Questo non è un drone») richiama esplicitamente La Trahison des images di René Magritte, il celebre dipinto del 1929 con la frase «Ceci n’est pas une pipe».

Di Forti trasferisce quella contraddizione nel presente e nello spazio pubblico torinese. L’oggetto che normalmente appartiene al gioco deve infatti dichiarare ciò che non è: non è un drone, non è un’arma, non è uno strumento di guerra.

L’aquilone e la vicenda di Gaza

L’azione nasce dalla recente vicenda degli aquiloni nella Striscia di Gaza. Nell’agosto 2026 le autorità israeliane hanno lanciato avvertimenti contro il loro utilizzo, dopo episodi legati al lancio di aquiloni dalla Striscia. La vicenda ha riacceso il dibattito sul significato di questi oggetti per i bambini palestinesi.

Nei giorni successivi sono state organizzate anche iniziative pubbliche con aquiloni dedicate ai bambini di Gaza. Un flash mob nazionale, promosso da diverse realtà, invitava il 30 agosto a far volare aquiloni come gesto simbolico di vicinanza.

È su questa trasformazione di significato che interviene l’opera di Di Forti: un oggetto del gioco viene osservato attraverso il linguaggio della minaccia e della guerra.

«Un aquilone è un oggetto destinato al gioco», ricorda l’artista nella presentazione dell’azione. Un gesto elementare: affidare qualcosa al vento e guardarlo salire.

Da qui la domanda che accompagna Ceci n’est pas un drone: se un aquilone deve dichiarare di non essere un drone, che cosa rimane del gioco?

E, soprattutto, che cosa rimane ai bambini palestinesi?

La piazza torinese diventa così lo spazio nel quale un’immagine apparentemente semplice mette in discussione il significato che attribuiamo agli oggetti. Un aquilone resta un aquilone, ma il contesto della guerra può trasformare anche un gioco dell’infanzia in qualcosa da osservare con sospetto.

È proprio questa contraddizione, trasportata dalla tela di Magritte alla cronaca contemporanea, il centro dell’azione artistica di Romina Di Forti.

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