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Il “Kmq della Carità” verso la candidatura a Patrimonio Unesco

Siglato un protocollo d’intesa per promuovere e accompagnare la candidatura del “Kmq della Carità” a Patrimonio dell’Umanità Unesco

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TORINO – Un modello di welfare sociale rivoluzionario, nato nel cuore del XIX secolo e capace di cambiare la storia dell’assistenza in tutto il mondo, punta oggi al riconoscimento internazionale più prestigioso.

Arcidiocesi di Torino, Regione Piemonte, Città e Città Metropolitana di Torino, insieme alle fondazioni Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, hanno siglato in Arcivescovado un protocollo d’intesa per promuovere e accompagnare la candidatura del “Kmq della Carità” a Patrimonio dell’Umanità Unesco.

L’iniziativa fa riferimento alla Convenzione UNESCO del 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. L’obiettivo dei firmatari è valorizzare un’eredità storica, sociale e spirituale unica. Quella racchiusa tra le strade dell’ex periferia ottocentesca torinese (in particolare nel quartiere Valdocco), dove figure straordinarie come san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cottolengo, san Giuseppe Cafasso, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Allamano e i venerabili marchesi di Barolo hanno dato vita a una rete caritativa senza precedenti.

A differenziare l’esperienza torinese da una semplice risposta all’emergenza fu la visione di fondo: non semplice elemosina o soccorso momentaneo, ma un percorso mirato all’emancipazione della persona, dove l’istruzione, il lavoro e la formazione professionale diventavano gli strumenti primari per riscattare gli ultimi dalla marginalità. Un approccio basato sulla “cura della persona e non del semplice bisogno”, che ha fatto da apripista ai moderni sistemi di stato sociale.

In quel ristretto perimetro urbano sorgono ancora oggi istituzioni e luoghi simbolo attivi da oltre due secoli: la Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo), il Santuario della Consolata, il Distretto Sociale Barolo, il Collegio Artigianelli e il complesso salesiano di Maria Ausiliatrice.

Oggi quell’eredità materiale e immateriale non appartiene solo alla memoria cittadina, ma continua a operare in Italia e nel mondo attraverso migliaia di opere nate dal solco tracciato dai “santi sociali” torinesi. Con la firma del protocollo, le istituzioni locali si compattano per far sì che questa straordinaria storia di riscatto umano e innovazione sociale ottenga la tutela e il riconoscimento della comunità internazionale.

Le dichiarazioni

Secondo il sindaco di Torino e della Città metropolitana, Stefano Lo Russo, “i luoghi della solidarietà avviati dai Santi sociali a Torino rappresentano il cuore più autentico della nostra comunità e raccontano una storia profonda di solidarietà, attenzione e cura verso le persone più fragili. Sono realtà che incarnano valori fondanti della nostra città e che, da generazioni, testimoniano come la prossimità e la responsabilità condivisa possano costruire una società più giusta e umana.

In un tempo segnato dall’individualismo e dalla crescente distanza tra le persone, queste esperienze ci ricordano quanto sia essenziale non voltarsi dall’altra parte. Per questo crediamo nel valore della candidatura del ‘Km quadrato della carità’ di Torino a Patrimonio dell’Unesco e formalizziamo oggi il nostro impegno a sostenerla insieme alle altre istituzioni del territorio.

Questi luoghi, insieme all’impegno e alla generosità di tanti uomini e donne che vi operano, rendono Torino una comunità capace di prendersi cura, di accogliere e di non lasciare indietro nessuno, ricordandoci che la fragilità può toccare ciascuno di noi e che solo insieme possiamo affrontarla”.

“Spero che l’avvio del percorso di candidatura all’Unesco aiuti Torino a fare conoscere nel mondo la propria grande ricchezza sul fronte della solidarietà sociale, che ha radici storiche nell’esperienza cristiana di questa città. Nell’Ottocento, fra Valdocco e Porta Palazzo, quando ancora non esisteva la pubblica assistenza, figure come san Giovanni Bosco e san Giuseppe Cottolengo, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Allamano, i Marchesi di Barolo e san Giuseppe Cafasso aprirono gli occhi di Torino sui poveri e sui malati, i giovani abbandonati, le donne sfruttate, i carcerati, le persone sole: inventarono sostanzialmente il Welfare con opere che si sono poi diffuse in tutto il pianeta”.

L’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, cardinale Roberto Repole.

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