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Donna investita da due bus a Torino, la lettera del sindacato dei trasporti: «La magistratura farà il suo corso, ma non celebriamo processi sommari»
Sul caso la procura di Torino ha aperto un fascicolo. Il segretario di Fast Confsal: «Quel collega non è un assassino»
TORINO – Mentre si attendono sviluppi dall’indagine sul caso della donna investita da un bus a Torino, il sindacato Fast Confsal invita a non stigmatizzare l’autista come un assassino.
Cos’era successo quel 20 ottobre
Erano le 19.30 di martedì 20 ottobre quando in via Bologna l’ingegnere del Politecnico Caterina Arnò è stata investita da due autobus GTT. Per lei non c’è stato nulla da fare: è morta a causa dei gravi traumi riportati. Secondo le ricostruzioni, la 42enne si trovava fuori dalle strisce pedonali, quando è stata colpita dall’autobus della linea 8. L’urto l’avrebbe sbalzata contro un secondo mezzo, della linea 18, che procedeva nella direzione opposta.
Negli scorsi giorni, la procura di Torino ha aperto un fascicolo d’indagine.
La lettera di Fast Confsal: «Ricordare la dignità di una categoria che garantisce la mobilità»
Intanto il segretario del dipartimento mobilità di Fast Confsal Piemonte, federazione di categoria specifica per i trasporti della Confederazione Generale dei Sindacati Autonomi dei Lavoratori, ci ha inviato questa lettera aperta che riportiamo. Nel comunicato il segretario Roberto Faranda invita a «non celebrare processi sommari» contro l’uomo al volante del bus, e a ricordare che il mestiere di autista di autobus è «una delle professioni più delicate e ad alta responsabilità che ci siano, dove basta una frazione di secondo, una fatalità o un momento di inevitabile stress per cambiare per sempre la vita di chi incrocia la nostra strada e la nostra stessa esistenza».
In queste ore di profondo dolore e inevitabile clamore mediatico per il tragico incidente che ha visto coinvolto un mezzo GTT, sento il bisogno viscerale di dare voce a un sentimento condiviso da moltissimi colleghi. Il lavoro dell’autista è diventato veramente duro, logorante e spesso drammaticamente solitario.
Di fronte a simili tragedie, il mio primo pensiero va alla vittima e alla sua famiglia, a cui va il più profondo rispetto. Subito dopo, però, non posso fare a meno di mettermi nei panni del collega che si trova oggi al centro dell’inchiesta della Procura e della berlina dei media. Non so come siano andate realmente le cose, la magistratura farà il suo corso e spero che non ci siano ingiuste ripercussioni preventive. Ma una cosa la so con certezza: quel collega non è un assassino. È un lavoratore che, come ognuno di noi, è uscito di casa la mattina per svolgere il proprio dovere.
Chi non siede su quel sedile non può capire cosa significhi guidare un mezzo di grandi dimensioni per ore nel traffico congestionato di Torino, con la responsabilità di decine di passeggeri a bordo e mille insidie sulla strada. Svolgiamo una delle professioni più delicate e ad alta responsabilità che ci siano, dove basta una frazione di secondo, una fatalità o un momento di inevitabile stress per cambiare per sempre la vita di chi incrocia la nostra strada e la nostra stessa esistenza, lasciando un rimorso indelebile per una vita spezzata.
Chiediamo ai media e all’opinione pubblica di non celebrare processi sommari e di ricordare la dignità di una categoria che garantisce la mobilità della città ogni giorno, spesso in condizioni difficili. Dietro quel parabrezza c’è una persona, un padre, un figlio, un lavoratore che merita rispetto, soprattutto nel momento del dramma.
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