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Il delitto di via Fontanesi: il mistero torinese che ispirò Diabolik

La vera storia dietro Diabolik: il delitto irrisolto di Mario Giliberti a Torino che ispirò le sorelle Giussani

Gabriele Farina

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TORINO – C’è una storia oscura, torinese e ancora oggi irrisolta, dietro la nascita di uno dei personaggi più celebri del fumetto italiano: Diabolik. Una vicenda che affonda le radici nella Torino degli anni Cinquanta, tra immigrazione operaia, quartieri popolari, cronaca nera e misteri mai chiariti. Al centro di tutto c’è l’omicidio di Mario Giliberti, un giovane operaio Fiat ucciso nel 1958 da un assassino che si firmava con un nome destinato a entrare nell’immaginario collettivo: “Diabolich”.

Il delitto di via Fontanesi

La mattina del 25 febbraio 1958, in via Fontanesi 20, nel quartiere Vanchiglia di Torino, viene ritrovato il corpo senza vita di Mario Giliberti. Ha 27 anni, è originario di Lucera, in Puglia, ed è arrivato a Torino come migliaia di altri meridionali in cerca di lavoro alla Fiat. Vive in condizioni modeste, in un piccolo alloggio ricavato nel retrobottega di un vecchio laboratorio.

La scena che si presenta agli investigatori è terrificante: il giovane è stato colpito con ferocia da diciotto coltellate. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, l’assassino avrebbe infierito con un trincetto o una lama simile, lasciando il corpo in un lago di sangue. Ma ciò che rende il caso diverso da un normale fatto di cronaca è il comportamento del killer.

Poco prima del ritrovamento del cadavere, qualcuno telefona alla redazione de “La Stampa” parlando di un delitto. Successivamente vengono recapitati messaggi enigmatici e provocatori destinati alla polizia. Uno di questi recita:

“Riuscirete a trovare l’assassino?”

In un altro biglietto, il misterioso omicida sostiene di essere arrivato “da lontano” per compiere “il delitto perfetto”. A firmare quei messaggi compare un nome inquietante: “Diabolich”.

Un caso che sconvolse Torino

La Torino del 1958 è una città in piena trasformazione industriale. Ogni settimana arrivano migliaia di lavoratori dal Sud Italia. La convivenza è difficile, il clima sociale teso e spesso segnato da discriminazioni. Mario Giliberti è uno di quei giovani emigrati che cercano una vita migliore nella grande fabbrica del Nord.

L’omicidio assume immediatamente i contorni del thriller psicologico. Il killer sembra voler giocare con investigatori e giornalisti. Lascia indizi, telefona ai giornali, crea attorno a sé un’aura quasi teatrale. Alcuni cronisti dell’epoca arrivano a paragonarlo ai criminali dei romanzi pulp francesi o ai protagonisti dei noir americani.

Le indagini si concentrano anche sulla vita privata di Giliberti. Viene arrestato un ex commilitone, Aldo Cugini, sospettato di avere un rapporto molto stretto con la vittima. Ma il quadro accusatorio vacilla presto. Nel frattempo, le lettere firmate “Diabolich” continuano ad arrivare, alimentando il mistero e persino tentando di scagionare l’uomo arrestato.

Il risultato è che il caso non verrà mai realmente risolto. Ancora oggi l’omicidio Giliberti resta uno dei grandi cold case torinesi.

Dalla cronaca al fumetto

Quattro anni dopo quel delitto, nel novembre del 1962, arriva nelle edicole italiane il primo numero di Diabolik, intitolato “Il Re del Terrore”. A crearlo sono Angela Giussani e Luciana Giussani, due imprenditrici milanesi destinate a rivoluzionare il fumetto italiano.

Le sorelle Giussani non hanno mai nascosto di aver assorbito suggestioni provenienti dalla cronaca nera, dal noir francese e dai romanzi criminali popolari. Il nome “Diabolik” nasce infatti in un contesto culturale dominato da figure come Fantômas e Arsène Lupin, ma secondo numerosi studiosi e giornalisti l’assonanza con “Diabolich”, il misterioso assassino torinese, non è affatto casuale.

E’ infatti troppo evidente il collegamento tra il delitto Giliberti e l’intuizione delle Giussani per passare inosservato: l’eco mediatica del killer che sfidava la polizia con messaggi enigmatici avrebbe contribuito a creare il terreno ideale per la nascita di un criminale elegante, imprendibile e geniale come Diabolik.

La nascita del “fumetto nero”

Il successo di Diabolik fu immediato e clamoroso. Per la prima volta il protagonista di un fumetto italiano non era un eroe positivo, ma un criminale spietato, intelligente, seducente. Uccideva, rubava, sfuggiva alla polizia e spesso vinceva.

Le sorelle Giussani intercettarono perfettamente il lato oscuro del boom economico italiano. Nelle loro storie c’erano avidità, violenza, desiderio di ricchezza e doppie identità. Un’Italia molto diversa da quella rassicurante raccontata nei fumetti tradizionali dell’epoca.

Anche il formato fu innovativo: tascabile, pensato per i pendolari milanesi che leggevano in treno andando al lavoro. Angela Giussani osservava quotidianamente il flusso dei viaggiatori vicino alla stazione Cadorna e intuì che serviva un fumetto rapido, adulto e facilmente trasportabile.

Il mito di “Diabolich”

Ancora oggi gli storici del fumetto discutono su quanto sia diretto il legame tra il delitto Giliberti e la creazione di Diabolik. Le influenze ufficiali dichiarate dalle Giussani comprendono soprattutto Fantômas, il noir francese e alcuni romanzi popolari. Tuttavia, la coincidenza del nome e l’enorme risonanza del caso torinese rendono difficile pensare a un semplice caso.

Il “Diabolich” reale era un assassino probabilmente narcisista, ossessionato dall’idea del delitto perfetto e dalla sfida alle autorità. Il Diabolik delle Giussani, invece, sarebbe diventato col tempo una figura più sofisticata: un ladro geniale con un proprio codice morale, accompagnato da Eva Kant e inseguito dall’ispettore Ginko.

Eppure, il seme originario sembra nascere proprio lì: nella Torino grigia del dopoguerra, in una stanza di via Fontanesi, davanti a un omicidio rimasto senza colpevole e a una firma inquietante lasciata accanto alla morte.

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