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San Giuseppe Benedetto Cottolengo, la storia del sacerdote di Bra che dedicò la vita agli ultimi
Nato a Bra nel 1786, il sacerdote trasformò un drammatico episodio di emarginazione in un’opera destinata a cambiare la vita di migliaia di persone: la Piccola Casa della Divina Provvidenza
TORINO – La vicenda di San Giuseppe Benedetto Cottolengo è una delle pagine più significative della storia sociale e religiosa di Torino e del Piemonte. Nato a Bra nel 1786, il sacerdote trasformò un drammatico episodio di emarginazione in un’opera destinata a cambiare la vita di migliaia di persone: la Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta ancora oggi come Cottolengo. La sua intuizione era semplice e rivoluzionaria per il tempo: offrire accoglienza e assistenza a chi, perché povero, malato o considerato inabile, non trovava posto nelle strutture esistenti.
La sua storia si intreccia con quella di una Torino in trasformazione, dove la povertà urbana e le carenze dell’assistenza sanitaria lasciavano molte persone senza aiuto. Il Cottolengo scelse di rispondere a questa realtà mettendo al centro la dignità di ogni individuo, senza fermarsi alle condizioni fisiche, economiche o sociali.
Le origini a Bra e la scelta del sacerdozio
Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque il 3 maggio 1786 a Bra, nel Cuneese, primogenito di una famiglia di dodici figli. Fin da giovane manifestò una particolare sensibilità verso le persone in difficoltà. In un’epoca segnata da profondi cambiamenti politici e sociali, maturò la scelta di diventare sacerdote.
Dopo gli studi filosofici e teologici, fu ordinato prete l’8 giugno 1811. Iniziò il proprio ministero a Corneliano d’Alba, per poi proseguire gli studi a Torino, dove nel 1816 conseguì la laurea in teologia. Nel 1818 venne nominato canonico della chiesa del Corpus Domini, nel centro della città.
Gli anni trascorsi a Torino furono importanti per la sua formazione spirituale. Cottolengo si dedicava alla predicazione, alle confessioni e all’assistenza dei poveri, ma sentiva crescere dentro di sé l’esigenza di fare qualcosa di più concreto per chi viveva ai margini della società.
La svolta arrivò nel settembre del 1827, quando aveva poco più di quarant’anni. Un incontro drammatico lo portò a ripensare radicalmente la propria missione.
La morte di una giovane madre che cambiò la sua vita
Il 2 settembre 1827, Cottolengo venne chiamato al capezzale di una donna gravemente malata, in viaggio con la famiglia e prossima al parto. La giovane madre, Jeanne-Marie Gonnet, non era stata accolta negli ospedali cittadini. Il sacerdote poté soltanto assisterla spiritualmente mentre moriva, lasciando il marito e i figli davanti a una tragedia che avrebbe potuto essere evitata.
L’episodio lo sconvolse profondamente. Dopo aver assistito la donna, si raccolse in preghiera nella chiesa del Corpus Domini, davanti all’immagine della Madonna delle Grazie. Da quella esperienza maturò la convinzione di dover intervenire concretamente per evitare che altri malati poveri fossero abbandonati senza assistenza.
Non si trattava soltanto di un gesto di carità individuale. Cottolengo comprese che serviva una struttura capace di accogliere proprio le persone che gli altri istituti non riuscivano o non volevano assistere.
Il primo ospedaletto e la nascita della Piccola Casa
Il 17 gennaio 1828 Cottolengo aprì a Torino, in alcuni locali presi in affitto in via Palazzo di Città, il Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini, conosciuto anche come Ospedaletto della Volta Rossa.
La struttura era destinata alle persone malate che non trovavano ricovero negli ospedali cittadini. Per realizzare il progetto, il sacerdote poté contare sull’aiuto di collaboratori, volontari e donne impegnate nell’assistenza. Tra loro ebbe un ruolo importante Marianna Nasi Pullino, considerata una delle figure fondatrici dell’opera.
L’iniziativa dovette affrontare presto una grave difficoltà. Nel 1831, durante l’epidemia di colera che colpì Torino, le autorità imposero la chiusura dell’ospedaletto, anche per i timori legati alla diffusione del contagio.
Per Cottolengo avrebbe potuto essere la fine di tutto. Fu invece l’inizio di una nuova fase.
Il 27 aprile 1832 inaugurò a Valdocco, nella zona di Borgo Dora, una struttura più ampia: la Piccola Casa della Divina Provvidenza, destinata a diventare il centro della sua opera. Il 27 agosto 1833 il re Carlo Alberto ne riconobbe ufficialmente l’esistenza giuridica.
Un luogo per chi non trovava posto altrove
La Piccola Casa nacque con una missione precisa: accogliere chi era rimasto escluso dalle forme di assistenza disponibili. Accanto ai malati poveri vi trovarono spazio persone con disabilità, persone con disturbi mentali, sordi, persone con epilessia, anziani, orfani e bambini che avevano bisogno di cure e istruzione.
In un periodo in cui molte condizioni di salute erano accompagnate da stigma e isolamento, Cottolengo cercò di superare l’idea che esistessero persone incurabili o incapaci di contribuire alla vita della comunità.
L’assistenza non doveva limitarsi a garantire un letto e un pasto. La Piccola Casa offriva, secondo le possibilità dell’epoca, cure, educazione, istruzione e occasioni di lavoro. Il modello organizzativo era quello di una grande famiglia, articolata in gruppi e comunità in cui ciascuno riceveva attenzione in base alle proprie necessità.
Il progetto aveva anche una caratteristica particolare: non era pensato come un’opera riservata esclusivamente al clero. Cottolengo coinvolse uomini e donne, religiosi e laici, affidando a ciascuno un compito nell’assistenza, nell’organizzazione, nell’educazione o nella preghiera.
La fiducia nella Divina Provvidenza
Il nome stesso dell’istituzione esprime la convinzione che accompagnò tutta la vita del sacerdote: la fiducia nella Divina Provvidenza.
Per Cottolengo, affidarsi alla Provvidenza non significava restare in attesa di un aiuto straordinario. Significava mettersi al lavoro, affrontare i problemi quotidiani e confidare anche nella generosità delle persone. Le donazioni e la disponibilità dei volontari erano fondamentali per mantenere aperta la struttura e rispondere alle necessità crescenti.
Il sacerdote non si considerava il protagonista assoluto della propria opera, ma uno strumento al servizio di una missione più grande. Per descrivere questo atteggiamento utilizzava l’espressione «manovale della Divina Provvidenza», richiamando l’idea di un lavoro umile e concreto.
La sua fede si traduceva quindi in una pratica quotidiana: organizzare l’assistenza, cercare risorse, coinvolgere nuove persone e non abbandonare chi aveva bisogno, anche quando le difficoltà sembravano insormontabili.
Le comunità religiose nate attorno al suo progetto
Con la crescita della Piccola Casa, Cottolengo comprese che l’opera aveva bisogno di persone preparate e di una struttura capace di continuare nel tempo.
Nel 1830 avviò una comunità di suore impegnate nell’assistenza, ispirata alla spiritualità di San Vincenzo de’ Paoli. Verso la fine del 1833 diede impulso a una comunità di fratelli religiosi e, negli anni successivi, organizzò anche una comunità di sacerdoti destinati al servizio della Piccola Casa.
Negli ultimi anni della sua vita promosse inoltre la nascita di monasteri di vita contemplativa, convinto che la preghiera dovesse sostenere l’attività assistenziale.
Non era soltanto un modo per distribuire meglio il lavoro. Cottolengo stava costruendo una comunità in cui assistenza materiale, formazione, vita spirituale e relazioni umane si sostenessero reciprocamente.
Il suo progetto non si esauriva quindi nell’aiuto immediato ai poveri: puntava a creare un’organizzazione capace di proseguire la propria missione anche dopo la sua morte.
La morte a Chieri e la canonizzazione
Giuseppe Benedetto Cottolengo morì il 30 aprile 1842 a Chieri, vicino a Torino, all’età di 55 anni, dopo aver dedicato l’ultimo decennio della sua vita soprattutto allo sviluppo della Piccola Casa.
La sua opera continuò a crescere anche dopo la sua scomparsa, mantenendo il principio che l’accoglienza dovesse raggiungere in particolare chi non disponeva di protezione e sostegno.
La Chiesa cattolica riconobbe ufficialmente il suo percorso spirituale con la beatificazione, celebrata da papa Benedetto XV il 29 aprile 1917. Il 19 marzo 1934 papa Pio XI lo proclamò santo. La sua memoria liturgica ricorre il 30 aprile.
L’eredità del Cottolengo a Torino e in Piemonte
A quasi due secoli dalla fondazione, il nome di Cottolengo è ancora legato alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, che ha la propria sede storica nel quartiere torinese di Valdocco, in via Cottolengo.
L’istituzione ha sviluppato nel tempo attività sanitarie, educative e socio-assistenziali, portando avanti l’idea originaria di prendersi cura delle persone più fragili. Accanto alle comunità religiose operano anche laici, volontari e professionisti impegnati nei diversi servizi.
La vicenda del sacerdote nato a Bra racconta anche un passaggio importante nella storia dell’assistenza in Piemonte: dalla beneficenza occasionale alla costruzione di una realtà organizzata, nella quale la cura non fosse subordinata alla possibilità di guarire o alla condizione sociale del malato.
Il punto di partenza fu la morte di una donna che non aveva trovato un posto in ospedale. La risposta di Cottolengo fu costruire un luogo in cui altri non dovessero più affrontare lo stesso abbandono.
È questo il significato più attuale della sua storia: la dignità di una persona non dipende dalla sua salute, dalla sua autonomia o da quanto possa restituire alla società. Un principio che, nella Torino dell’Ottocento, prese forma in una piccola infermeria e diventò una delle più importanti esperienze di assistenza e carità del Piemonte.
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