CulturaTorino
Il nuovo manifesto di Andrea Villa a Torino è un omaggio a Mahsa Amini e alle donne iraniane
Un’immagine di forte rottura simbolica
TORINO – E’ stato affisso a Torino in Lungo Dora Siena, all’altezza del civico 100, il nuovo manifesto di Andrea Villa. La nuova opera dello street artit torinese raffigura Mahsa Amini mentre accende una sigaretta con la foto dell’Ayatollah, riprendendo immagini che abbiamo visto più volte in queste settimane.
Un’immagine di forte rottura simbolica. “Il gesto, quotidiano e apparentemente banale, – spiega Andrea Villa – diventa un atto di profanazione del potere: l’icona dell’autorità religiosa e politica viene ridotta a oggetto consumabile, destinato a bruciare. La sigaretta accesa non è solo fuoco, ma tempo che scorre, erosione lenta e inesorabile di un sistema oppressivo, come anche l’erosione della sigaretta”.
“L’opera – continua l’autore – sovverte i rapporti di forza attraverso l’ironia e la provocazione visiva: il corpo femminile, storicamente controllato e silenziato, si riappropria di un’azione libera e disinvolta. In questo senso, il manifesto non è soltanto una denuncia, ma un atto di resistenza immaginativa, che trasforma la memoria di Mahsa Amini in un simbolo di sfida e di possibilità politica”.
Chi è Mahsa Amini
Mahsa Amini, conosciuta anche come Zina o Jîna Emînî, è diventata uno dei simboli più potenti della lotta per i diritti delle donne e per la libertà civile in Iran nel XXI secolo. La sua morte, avvenuta il 16 settembre 2022 a Teheran, non rappresenta soltanto la tragica fine di una giovane vita, ma l’innesco di una delle più grandi ondate di proteste che la Repubblica Islamica dell’Iran abbia conosciuto negli ultimi decenni. Una vicenda individuale che si è trasformata in un evento storico collettivo, capace di scuotere l’opinione pubblica mondiale e di ridisegnare il linguaggio della protesta nel Medio Oriente contemporaneo.
Il 13 settembre 2022, Mahsa Amini si trovava a Teheran con la sua famiglia in vacanza. Fu arrestata dalla polizia religiosa con l’accusa di non aver rispettato correttamente la legge sull’obbligo del velo. Secondo le autorità, l’hijab che indossava era “troppo allentato”, una violazione considerata sufficiente per procedere al fermo.
Venne condotta in una stazione di polizia, come avviene normalmente in questi casi. Tuttavia, ciò che accadde nelle ore successive non è mai stato chiarito in modo trasparente. Dopo l’arresto, Mahsa entrò in coma. Le autorità dichiararono che la giovane era stata colpita da un infarto, ma numerosi testimoni oculari riferirono una versione completamente diversa: Mahsa sarebbe stata picchiata, avrebbe battuto la testa e avrebbe riportato gravi lesioni. Le ferite erano compatibili con un’emorragia cerebrale, conseguenza di un violento trauma cranico.
La morte e le versioni ufficiali
Il 16 settembre 2022, dopo tre giorni di coma, Mahsa Amini morì in ospedale. La sua morte fu immediatamente percepita come sospetta dall’opinione pubblica. Le dichiarazioni ufficiali della polizia, che parlavano di cause naturali, furono messe in discussione dalle immagini del suo corpo e dalle testimonianze di chi aveva assistito al suo arresto.
Il presidente iraniano Ebrahim Raisi chiese al ministro dell’Interno Ahmad Vahidi di aprire un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, per molti cittadini iraniani e per la comunità internazionale, questa richiesta apparve più come un atto formale che come una reale volontà di fare chiarezza. La mancanza di trasparenza e la lunga storia di abusi delle forze di sicurezza resero le versioni ufficiali poco credibili.
L’esplosione delle proteste
La morte di Mahsa Amini divenne immediatamente un catalizzatore di proteste in tutto l’Iran. Manifestazioni spontanee esplosero nelle città principali e nelle regioni periferiche, coinvolgendo studenti, lavoratori, donne, minoranze etniche e religiose. Le proteste furono descritte da osservatori internazionali come le più estese almeno dal 2009.
Le donne assunsero un ruolo centrale: molte si tolsero pubblicamente l’hijab, altre si tagliarono i capelli in segno di protesta. Questi gesti simbolici divennero potenti strumenti comunicativi, capaci di diffondersi sui social network e di ispirare manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo.
La repressione
La risposta dello Stato iraniano fu durissima. Secondo organizzazioni per i diritti umani, entro dicembre 2022 almeno 476 persone erano state uccise dalle forze di sicurezza durante le proteste. Amnesty International denunciò l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e pestaggi sistematici con manganelli.
Questa repressione trasformò ulteriormente Mahsa Amini in un simbolo globale: non più soltanto una vittima, ma l’emblema di una generazione che chiedeva libertà, dignità e diritti civili. La sua figura divenne un’icona della resistenza contro l’oppressione e il controllo statale.
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