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La storia del canale Cavour, che da Chivasso arriva a Galliate dopo 83 km e ha compiuto 160 anni

Proprio in questi giorni a Chivasso si sono festeggiati i 160 anni dall’inaugurazione

Gabriele Farina

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Di F Ceragioli - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8546031

TORINO – Nel cuore della pianura piemontese scorre un’opera poco appariscente ma decisiva per la storia economica e agricola del Nord Italia: il Canale Cavour. Un’infrastruttura lunga oltre 80 chilometri che, più che un semplice canale, rappresenta una delle più ambiziose imprese ingegneristiche dell’Ottocento italiano.

Un’idea che nasce prima dell’Unità

La storia del Canale Cavour affonda le radici negli anni Quaranta dell’Ottocento, quando il topografo Francesco Rossi immaginò un sistema capace di regolare e distribuire le acque nella pianura vercellese. L’idea era chiara: trasformare un territorio fertile ma fragile in una macchina agricola efficiente, soprattutto per la coltivazione del riso.

A raccogliere e rilanciare il progetto fu Camillo Benso di Cavour, protagonista del Risorgimento e convinto sostenitore della modernizzazione agricola. Fu lui a comprendere che l’acqua, se governata, poteva diventare una risorsa strategica tanto quanto le ferrovie o l’industria nascente.

Il grande cantiere dell’Italia appena nata

I lavori iniziarono nel 1863, pochi anni dopo l’Unità d’Italia, e si conclusero in tempi sorprendentemente rapidi: meno di tre anni. Il canale venne inaugurato nel 1866, ma Cavour non poté vedere l’opera completata, essendo morto nel 1861.

Si trattò di un’impresa colossale: circa 14.000 operai e tecnici lavorarono alla costruzione, realizzando un sistema lungo circa 83 chilometri, con centinaia di opere idrauliche tra ponti, sifoni e attraversamenti.

Il canale nasce dal fiume Po all’altezza di Chivasso e termina nel Ticino, nei pressi di Galliate, attraversando ben 23 comuni tra le province di Torino, Vercelli e Novara.

Un capolavoro di ingegneria idraulica

Il Canale Cavour non è solo lungo: è anche estremamente complesso. La sua portata iniziale può raggiungere i 110 metri cubi d’acqua al secondo, rendendolo uno dei principali canali artificiali italiani.

Per superare fiumi e ostacoli naturali, gli ingegneri dell’epoca idearono soluzioni innovative: sifoni per passare sotto i corsi d’acqua e ponti-canale per scavalcarli. Questo sistema consentì di mantenere costante il flusso e distribuire l’acqua in modo controllato su vaste aree agricole.

Non si trattava solo di irrigazione: il canale alimentava anche altri corsi artificiali e contribuiva alla produzione di energia, muovendo turbine e sostenendo lo sviluppo industriale locale.

L’oro bianco della pianura

Il vero obiettivo del Canale Cavour era uno: il riso. Grazie alla regolazione delle acque, le risaie del vercellese e del novarese poterono espandersi e diventare tra le più produttive d’Europa.

L’acqua, distribuita in modo capillare, trasformò il paesaggio e l’economia: da terre soggette a siccità e allagamenti irregolari a un sistema agricolo stabile e altamente redditizio. Il canale contribuì così a rendere il Piemonte uno dei principali poli risicoli del continente.

Un’infrastruttura ancora viva

A 160 anni dalla sua inaugurazione, il Canale Cavour è tutt’altro che un monumento del passato. Continua a svolgere un ruolo centrale nell’irrigazione e nella gestione delle acque, inserito in una rete complessa di canali e diramazioni.

La sua gestione è passata nel tempo da enti statali a consorzi locali, mantenendo però intatta la funzione originaria: distribuire acqua e sostenere l’agricoltura.

Tra paesaggio e memoria

Oggi il Canale Cavour attraversa silenziosamente la pianura, costeggiando campi, cascine e piccoli centri. Non ha la spettacolarità di una grande diga o di un ponte monumentale, ma rappresenta una delle opere più concrete e decisive della storia italiana.

È un’infrastruttura che racconta un’epoca in cui il progresso passava anche dalla terra e dall’acqua, e in cui la visione politica di uomini come Cavour si traduceva in opere capaci di cambiare davvero il destino di un territorio.

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