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il Piemonte di Giosuè Carducci; la poesia che ha raccontato la regione per decenni tra città, paesaggio e identità nazionale
La poesia di Giosuè Carducci dedicata al Piemonte
TORINO – Tutti nel bene e nel male durante lo studio della letteratura italiana hanno studiato la poesia Piemonte di Giosuè Carducci una delle liriche più celebri dedicate alla regione piemontese, al suo territorio e al suo ruolo nella storia del Risorgimento italiano. Una poesià che è etrnata enna cultura e nell’inconscio collettivo di tutti
Giosuè Carducci fu il primo italiano a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1906, nello stesso anno in cui lo vinse nella medicina l’altro italiano Camillo Golgi
Carducci celebra non solo il paesaggio alpino, ma costruisce un vero e proprio omaggio civile alla terra che, con Torino, ai tempi Aosta, Ivrea, Biella, Cuneo, Mondovì e Asti, diventa simbolo di energia, libertà e unità nazionale.
La poesia di Carducci
La poesia appartiene alla fase tarda della produzione carducciana, quando il poeta tende a un linguaggio più monumentale e celebrativo, spesso legato alla memoria storica e agli ideali patriottici.. Carducci compose l’ode mentre era a Ceresole Reale nel luglio del 1890, e poi la incluse nella raccolta Rime e ritmi; il testo è organizzato in strofe saffiche, una scelta metrica che richiama la poesia classica e dà solennità al contenuto.
“Piemonte” rappresenta bene il Carducci del culto della patria e della memoria storica. La regione non viene celebrata soltanto per la sua bellezza naturale, ma per ciò che ha significato nella costruzione dell’identità italiana.
L’ode mostra anche l’idea carducciana di una poesia capace di unire paesaggio, storia e politica in un unico discorso civile. Per questo motivo resta una delle liriche più significative per comprendere il rapporto tra letteratura e Risorgimento.
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Il paesaggio come simbolo
L’incipit è molto famoso: Carducci descrive le cime alpine, il camoscio, la valanga, l’aquila che vola nel cielo limpido. Non si tratta di una semplice descrizione naturalistica: la montagna diventa immagine della forza del Piemonte, della sua asprezza e della sua grandezza morale.
Il paesaggio è quindi il primo livello del significato poetico. Le Alpi non sono solo uno sfondo, ma rappresentano una terra severa, alta, fiera, capace di generare energie eroiche e civili.
Le città e la storia
Dopo l’apertura paesaggistica, Carducci passa a elencare le città piemontesi e a collegarle alla storia italiana: Aosta, Ivrea, Biella, Cuneo, Mondovì, Torino, Asti. Ogni nome porta con sé un ricordo, un simbolo, una stratificazione di vicende medievali, risorgimentali e letterarie.
Particolarmente importante è il richiamo ad Asti “repubblicana”, che rimanda a Vittorio Alfieri, e a Torino, città del Regno di Sardegna e del processo unitario. In questa prospettiva il Piemonte appare come una terra che ha contribuito in modo decisivo alla nascita dell’Italia moderna.
Carlo Alberto e il Risorgimento
Uno dei nuclei centrali della poesia è la rievocazione di Carlo Alberto, figura complessa e drammatica del Risorgimento. Carducci lo presenta come un sovrano segnato da esitazioni e sacrificio, ma anche come protagonista della guerra contro l’Austria e della stagione patriottica piemontese.
Accanto a lui compare il ricordo di Garibaldi, della difesa di Roma e di altre figure simboliche della patria italiana. La poesia diventa così una sorta di galleria eroica, in cui la storia nazionale viene celebrata con tono solenne e quasi epico.
Lingua e stile
Dal punto di vista stilistico, “Piemonte” mostra alcuni tratti tipici di Carducci maturo: lessico alto, richiami classici, andamento oratorio e forte musicalità. Le immagini sono grandiose, le costruzioni sintattiche ampie, e il tono complessivo è quello di un’ode civile più che di una lirica intimista.
Proprio per questo motivo la poesia è stata molto apprezzata a scuola e nella tradizione culturale italiana, anche se alcuni lettori moderni la sentono lontana dalla sensibilità contemporanea. Resta però un documento importante della retorica patriottica di fine Ottocento.
Il testo di Piemonte di Carducci
Il Piemonte di Giosuè Carducci
Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti :
ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.
Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.
Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:
la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco d’Augusto:
Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fosca intorno è l’ombra
di re Arduino :
Biella tra ‘I monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta :
Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;
e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.
Fiera di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d’Alfieri.
Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome, e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
—Italia, Italia—
egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti.
—Italia, Italia—rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna :
e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.
— Italia, Italia!—E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore
trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante
suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io,
vate d’Italia a la stagion più bella,
in grige chiome
oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio
al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ‘I nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.
Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austrïaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:
a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.
Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!
Arse di gloria, rossa nel tramonto.
I’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa
che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.
E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,
che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!
Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro
biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico : d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
I’italo sangue.
Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.
Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.
E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carl’Alberto.—Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,
anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ‘I fumante sangue
da tutt’i campi,
per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe ‘I martirio, Dio,
che è ne l’ora,
a quella polve eroïca fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.
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