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Cristiano Trevisan tra il suo Ruggeri, una giovane scomparsa ed un cane

L’intervista con Cristiano Trevisan

Gabriele Farina

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TORINO – L’ex ispettore Leone Ruggeri ora fa l’investigatore privato ed il primo caso che accetta di seguire lo porta dal caos di Torino all’apparente tranquillità di Le Clocher, paesino di montagna in cui tutti si conoscono. Qui è scomparsa una ragazza, arrivata nel paese, anche lei da Torino, per lasciare la vita da prostituta e lavorare come cameriera. Qualcosa, nel suo tentativo di liberarsi dal dolore del passato, è andato storto.

Questo è l’inizio di Ruggeri e la giovane scomparsa, romanzo di Cristiano Trevisan per Neos Edizioni che ci accompagna in un mondo dove l’apparenza inganna parecchio. Al fianco di Ruggeri scopriremo che il tranquillo paesino e i suoi abitanti nascondono molti “non detti”. Donne e uomini mostrano un volto che non rappresenta la loro vera essenza. Dubbi, gelosie, segreti, passioni nascoste rischiano di far saltare il tappo della normalità.

Trevisan ha una prosa coinvolgente e non ha paura (grande merito) di fermarsi a raccontare, descrivere, esplorare i luoghi e i personaggi, prima di rituffarsi nell’evolversi della vicenda. Una vicenda che parla anche di immigrazione e sfruttamento, di diritti delle donne, di violenza, di libertà.

Ah… e poi c’è un cane!

L’intervista con Cristiano Trevisan

L’ex ispettore Ruggeri, ora investigatore privato, affronto il suo primo caso e si trova a indagare sulla scoparsa di una ragazza. Cosa racconta e come è nato questo romanzo?

Il romanzo racconta la scelta, la vita e i problemi esistenziali di un ex ispettore di polizia, solitario, anticonvenzionale, col vizio dell’alcol e conturbato da una femme fatale, alle prese con un nuovo e arrischiato capitolo della sua vita, quello di investigatore privato.
Raddrizzatore dei torti, Ruggeri è uomo ricco di contraddizioni, convinto che spesso la stretta osservanza della legge non sempre coincida con l’ideale di giustizia sostanziale.
Il romanzo nasce per esprimere questi dissidi, queste contraddizioni: quando la gente perde di linearità desta interesse e merita una parte nel racconto.

Ruggeri ha lasciato il caos di Torino e si trova nell’apparente tranquillità di un borgo di montagna. Ma quella tranquillità è davvero solo apparente. Cosa si può nascondere in un piccolo borgo montano?

Ho voluto rendere le atmosfere di un paese posto ad un finistere vallivo, chiuso da invalicabili pendici montane. Atmosfere che non fungono da semplice quinta teatrale della novella ma condizionano la mente, la vita e le relazioni delle persone che ci vivono. Montagne vive, inquietanti, protagoniste anch’esse della scena, inserite a pieno titolo nelle dinamiche narrative.

Che tipo è Leone Ruggeri?

In parte ho già detto. Ruggeri suscita immediata simpatia. E’ colui che vorremmo avere al nostro fianco nelle difficoltà. E’ l’uomo forte, che conosce le debolezze sue e degli altri. E’ un burbero soltanto in apparenza; è un uomo che si intenerisce per una chihuahua indifesa, che si rivelerà molto simile a lui e che diverrà la sua amica fedele. Ruggeri ha difficoltà a relazionarsi appieno con le donne, ad avere un rapporto stabile con una di esse. Teme di fermarsi e perdere le infinite, seppur astratte, possibilità. Per questo Vera e ciò che lei rappresenta lo mettono in crisi.

Nel tuo romanzo si toccano anche temi tosti, a partire da immigrazione e prostituzione…

Si tocca la vita. Il romanzo deve essere “realista”, a qualsiasi genere appartenga. Anche un fantasy deve riportare alla realtà. La narrativa non dev’essere necessariamente vera ma quantomeno verosimile, Qui sta la sua attrattiva, la sua forza.

Ho molto apprezzato le lunghe pause descrittive che spezzano il ritmo della vicenda e caratterizzano luoghi e personaggi. Ci racconti questa scelta?

Non volevo un cliffhanger ad ogni pagina, non volevo un turn-page classico. Volevo che il lettore indugiasse con me, immaginasse con me, si emozionasse con me. Tornasse anche indietro, se necessario.
Adoro Simenon e le sue atmosfere e i particolari di Borges: forse, del tutto inconsapevolmente (e ovviamente senza confronto) mi hanno condizionato nello scrivere e nel raccontare.
Come diceva Borges, in un piccolo dettaglio può essere rinchiuso il tutto, l’Aleph, e così mi son divertito a soffermarmi sulle stampe botaniche della sala da pranzo dell’albergo o sui profumi della cucina alpina…

Torniamo alla distanza siderale tra Torino e Le Clocher. Ti trovi più a tuo agio in città o in un paesino di montagna?

Le Clocher, come diceva Flaiano per l’Abissinia in Tempo di uccidere, potrebbe anche non essere reale. E’ l’idea di un luogo che amo o amerei, con i suoi silenzi, le sue solitudini, le sue lente ripetizioni, favorite dalla conformazione dei luoghi. Le Clocher è anche l’antidoto alla velocità che ci strappa da noi stessi, che ci impedisce di pensare e che ci sprona ad acquistare. Mi trovo bene in città sapendo di poter fuggire alla bisogna in un luogo come Le Clocher.

Ed ora… cosa dovrà affrontare l’ex ispettore Ruggeri?

Ora che non è più solo ma ha con sé un sacchettino peloso e impertinente al suo fianco, ora che ha dimostrato quel che vale, ora che in tanti vogliono fruire dei suli servigi, Ruggeri avrà il suo bel da fare e lo vedremo, se Dio o il Caso lo vorranno, nelle puntate successive…

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