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Amianto alla Fiat Mirafiori, il Tribunale riconosce il legame con il mesotelioma: dopo dieci anni la vedova ottiene giustizia

Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto

Gabriele Farina

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TORINO – Aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, aveva iniziato a lavorare nello stabilimento FIAT di Mirafiori, a Torino. Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto. Un’esposizione professionale che, secondo quanto accertato dal Tribunale di Potenza, è stata collegata al mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018.

La sentenza è ora definitiva e mette fine a una battaglia giudiziaria durata dieci anni, portata avanti dalla moglie del lavoratore dopo la sua morte. Il procedimento ha riconosciuto il diritto alle prestazioni INAIL, stabilendo il nesso tra l’esposizione professionale all’amianto e la malattia.

Dalla FIAT di Mirafiori agli altri luoghi di lavoro

L’uomo aveva lavorato alla FIAT di Mirafiori dal 1958 alla fine del 1969. Gli accertamenti svolti nel corso del processo hanno ricostruito un’esposizione complessiva all’amianto durata 16 anni e 7 mesi.

Dopo gli anni trascorsi nello stabilimento torinese, aveva lavorato nel settore dei trasporti come autista per una società di Bari. Tra le sue mansioni c’era anche la movimentazione di materiali in amianto prodotti dalla Fibronit. Successivamente aveva trovato impiego nella cementifera S.A.M.I. di Bari, continuando a occuparsi del carico e dello scarico di materiali cancerogeni.

Nel 2016 gli era stato diagnosticato un mesotelioma pleurico. Il lavoratore aveva quindi chiesto all’INAIL il riconoscimento della malattia professionale, ma la domanda era stata respinta dall’Istituto, che aveva ritenuto insufficiente la documentazione presentata.

La battaglia continuata dalla moglie

L’uomo è morto nel giugno 2018. Dopo la sua scomparsa, la moglie, oggi residente nel Potentino, ha deciso di continuare la battaglia iniziata dal marito. Anche la nuova richiesta presentata all’INAIL era stata però respinta.

Nel 2021 la donna, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha quindi deciso di rivolgersi al Tribunale di Potenza.

Nel corso del procedimento sono state raccolte testimonianze ed effettuati accertamenti che hanno ricostruito la storia lavorativa dell’uomo e la sua prolungata esposizione all’amianto. Il Tribunale ha quindi riconosciuto il nesso causale tra l’esposizione professionale e il mesotelioma.

La sentenza definitiva condanna ora l’INAIL a riconoscere le prestazioni dovute alla famiglia.

Arretrati per circa 150 mila euro

Secondo i calcoli dell’Osservatorio Nazionale Amianto, gli arretrati ammontano a circa 150 mila euro. Alla vedova spetterà inoltre una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro al mese, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo Vittime dell’amianto.

«La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla sua memoria», ha dichiarato Ezio Bonanni.

Per il presidente dell’ONA, «è inaccettabile che al dolore per la perdita si aggiunga il peso di anni trascorsi a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere riconosciuto molto prima». La vicenda, sottolinea, richiama ancora una volta la necessità di una tutela «concreta e tempestiva» per le vittime dell’amianto e per le loro famiglie.

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