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Trent’anni fa il disastro dell’Antonov a Torino: il gigante del cielo che si schiantò su una cascina a San Francesco al Campo
Nello schianto morirono quattro persone
TORINO – Sono passati 30 anni dal disastro dell’Antonov a Torino, una delle tragedie aeree più drammatiche avvenute nel territorio piemontese. Era l’8 ottobre 1996 quando un gigantesco Antonov An-124, impegnato nel volo Aeroflot 9981, precipitò a San Francesco al Campo, pochi chilometri dall’aeroporto di Torino-Caselle.
Erano circa le 10.50 quando il cargo, arrivato da Mosca, tentò di atterrare sulla pista di Caselle. Il tempo era brutto, con pioggia e visibilità ridotta. L’aereo arrivò lungo e l’equipaggio decise di tentare una riattaccata, cercando di riportare in quota il velivolo. Ma la manovra non riuscì.
L’Antonov, un An-124 Ruslan immatricolato RA-82069, era uno degli aerei cargo più grandi del mondo: un gigante lungo quasi 70 metri e con un’apertura alare di oltre 73 metri. Quel giorno a bordo c’erano 23 persone, quattro membri dell’equipaggio e 19 passeggeri. L’aereo era stato noleggiato per raggiungere Torino e successivamente proseguire verso Abu Dhabi e il Brunei.
La destinazione finale era Bandar Seri Begawan, capitale del Brunei. A Torino l’aereo avrebbe dovuto caricare alcune vetture Ferrari destinate al sultano del Brunei, prima di ripartire verso l’Asia.
Il tentativo di riattaccata
Il momento decisivo arrivò quando l’Antonov non riuscì a completare l’atterraggio. Il velivolo superò la fine della pista e, nel tentativo di riprendere quota, finì contro alcuni alberi e alcune abitazioni prima di schiantarsi contro una cascina di San Francesco al Campo.
Nello schianto morirono quattro persone: due membri dell’equipaggio, il copilota Alexandre Ougrumov e il navigatore Oleg Pripouskov, e i coniugi Fiorentino Martinetto e Maria Perucca, che si trovavano nella loro cascina mentre accudivano il bestiame.
Altre persone rimasero ferite. Dei 23 occupanti dell’aereo, 21 sopravvissero allo schianto; anche a terra ci furono feriti e la cascina venne gravemente danneggiata.
Una tragedia legata anche alla pista
Le indagini individuarono una serie di responsabilità legate alla gestione della fase di atterraggio e alla successiva riattaccata. Tra gli elementi emersi ci fu anche il fatto che la pista di Caselle fosse temporaneamente più corta a causa di lavori di manutenzione.
Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, l’equipaggio non tenne adeguatamente conto delle condizioni della pista e, nella fase di tentativo di riprendere quota, non furono disattivati gli inversori di spinta, contribuendo alle difficoltà dell’aereo nel guadagnare quota.
Il pilota Alexei Borodaj patteggiò successivamente una pena di due anni di carcere con la condizionale.
La ferita di San Francesco al Campo
Per San Francesco al Campo quell’8 ottobre rimase una data impossibile da dimenticare. Il paese si trovò improvvisamente al centro di una tragedia che aveva coinvolto uno degli aerei più imponenti mai visti all’epoca nei cieli italiani.
A distanza di anni, la memoria dell’Antonov è rimasta legata soprattutto alla famiglia Martinetto. I figli della coppia, Giusy e Mauro, hanno raccontato negli anni il dolore per la perdita dei genitori e il difficile rapporto con il luogo dove avvenne la tragedia. Nel 2006 tornarono anche a vivere nella zona della cascina.
Trent’anni dopo, l’Antonov 124 resta nella memoria del territorio come quel gigantesco aereo che, in una mattina grigia e piovosa dell’ottobre 1996, non riuscì a riprendere quota e finì la sua corsa su una cascina. Quattro persone persero la vita e, per San Francesco al Campo, quel giorno divenne per sempre parte della storia del paese.
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