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Salvatore Ottolenghi, il medico nato ad Asti che rivoluzionò le indagini di polizia
La sua figura rimane legata alla trasformazione dell’investigazione da attività fondata soprattutto sull’intuito a disciplina che utilizza procedure, strumenti tecnici e prove verificabili
ASTI – Tra Asti e Torino si formò uno dei protagonisti della nascita della polizia scientifica italiana. Allievo di Cesare Lombroso, Salvatore Ottolenghi contribuì a introdurre nuovi metodi di identificazione, dallo studio delle impronte digitali alla fotografia giudiziaria, trasformando le tecniche investigative tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Una storia che parte dal Piemonte e arriva fino a Roma, dove fondò una scuola destinata a influenzare a lungo il lavoro delle forze di polizia.
Dalle origini astigiane agli studi all’Università di Torino
Salvatore Ottolenghi nacque ad Asti il 20 maggio 1861, in una famiglia appartenente alla comunità ebraica locale. Il padre Raffaele era commerciante, mentre la madre Orsolina Sacerdote partecipava alla vita della comunità ebraica astigiana.
Dopo aver frequentato il liceo nella città natale, scelse di proseguire gli studi all’Università di Torino, dove si iscrisse alla facoltà di Medicina e chirurgia. Qui entrò in contatto con un ambiente scientifico nel quale si stavano sviluppando nuove teorie sul comportamento umano, sulla malattia mentale e sul fenomeno criminale.
La figura destinata a influenzare maggiormente il suo percorso fu quella di Cesare Lombroso, professore e fondatore dell’antropologia criminale. Ottolenghi ne seguì gli insegnamenti e, dopo la laurea, si avvicinò progressivamente alla medicina legale, alla psichiatria forense e allo studio scientifico dei reati.
Il legame con il Piemonte, però, non si limitò alla nascita e agli studi universitari, conclusi con la laurea nel 1884. Fu proprio a Torino che Ottolenghi cominciò a costruire la propria identità professionale, entrando in un ambiente nel quale la medicina cercava di applicare metodi sistematici anche alle indagini giudiziarie.
L’influenza di Cesare Lombroso e la nascita di un nuovo metodo investigativo
Negli anni trascorsi a Torino, Ottolenghi lavorò a stretto contatto con Lombroso, diventando assistente del suo gabinetto di medicina legale a partire dall’anno accademico 1887-1888. Inizialmente si era interessato all’oculistica, ma il confronto con il maestro lo portò a dedicarsi sempre più all’antropologia criminale e alla psichiatria forense.
L’obiettivo era ambizioso: applicare allo studio dei reati strumenti di osservazione e classificazione considerati scientifici, superando le indagini affidate esclusivamente all’esperienza e all’intuito degli investigatori.
Le teorie della scuola positivista, tuttavia, riflettevano anche i limiti scientifici e culturali del loro tempo. In particolare, l’idea lombrosiana che alcune caratteristiche fisiche potessero rivelare una predisposizione innata al crimine è stata successivamente superata. La storia di Ottolenghi va quindi letta distinguendo il contributo all’organizzazione delle indagini dalle teorie criminologiche che ne accompagnarono lo sviluppo.
Nel 1888 Ottolenghi conseguì la libera docenza in medicina legale e, negli anni successivi, continuò a insegnare e a pubblicare studi scientifici. Il Piemonte rimase un riferimento importante anche nella sua produzione: tra i primi lavori figurano ricerche pubblicate a Torino, dedicate, tra gli altri argomenti, alla percezione dei colori.
Da Torino a Siena: le prime lezioni di polizia scientifica
Nel 1890 Ottolenghi iniziò il percorso di libera docenza in medicina legale all’Università di Torino, che proseguì fino al 1893. Lasciò quindi il Piemonte per intraprendere la carriera universitaria a Siena, dove poté sviluppare le proprie idee sull’applicazione delle conoscenze scientifiche al lavoro di polizia.
Nel 1895 organizzò un corso universitario dedicato alla polizia giudiziaria scientifica. Le lezioni affrontavano temi che sarebbero diventati centrali nelle investigazioni moderne: il riconoscimento delle persone, la rilevazione delle impronte digitali, l’analisi della scena del reato e la conservazione dei reperti.
Due anni dopo, nel 1897, fondò insieme al funzionario di pubblica sicurezza Giuseppe Alongi la Rivista di Polizia scientifica. La pubblicazione ebbe vita breve, ma contribuì a diffondere il dibattito sulla necessità di rendere più preparati gli investigatori e di introdurre procedure uniformi per raccogliere e conservare le informazioni utili alle indagini.
Era un passaggio fondamentale: le competenze maturate nell’ambiente universitario torinese si stavano trasformando in un progetto concreto per rinnovare il funzionamento della polizia italiana.
La scuola di polizia scientifica e l’importanza delle impronte digitali
Nel 1902 Ottolenghi propose al Ministero dell’Interno di estendere l’insegnamento delle tecniche scientifiche ai funzionari di pubblica sicurezza. Le prime lezioni si svolsero a Roma, nelle carceri di Regina Coeli, e nel 1903 il progetto si consolidò con la nascita della Scuola di polizia scientifica italiana.
Il medico astigiano portò così su scala nazionale un metodo che aveva cominciato a elaborare negli anni della formazione e dell’insegnamento universitario. La scuola non si limitava alla teoria: gli allievi imparavano a osservare le scene dei reati, esaminare gli oggetti sequestrati, utilizzare la fotografia giudiziaria e raccogliere gli elementi necessari per identificare le persone.
Un ruolo centrale era riservato alle impronte digitali. All’epoca, in diversi Paesi si utilizzavano anche sistemi basati sulle misurazioni del corpo, come il metodo antropometrico sviluppato dal francese Alphonse Bertillon. Ottolenghi riconobbe però i vantaggi della dattiloscopia, che consentiva di confrontare le caratteristiche delle impronte e offriva un sistema di identificazione più pratico.
La scuola sviluppò inoltre schede identificative con fotografie, descrizioni fisiche e informazioni biografiche e giudiziarie. Questi strumenti contribuirono alla costruzione di un sistema organizzato di segnalamento, con uffici nelle principali città italiane collegati alla struttura centrale di Roma.
Il rapporto con il Piemonte non si interruppe con il trasferimento a Roma
Anche se la parte più nota della carriera di Ottolenghi si svolse nella capitale, le sue radici piemontesi restano essenziali per comprendere la nascita della polizia scientifica italiana.
Asti fu la città della sua infanzia e della sua formazione scolastica; Torino gli offrì l’ambiente universitario, il contatto con Lombroso e le prime esperienze nella medicina legale. Il successivo lavoro a Siena e Roma rappresentò l’estensione di quel percorso a un progetto nazionale.
Il legame con il territorio emerge anche dalle pubblicazioni: tra le opere giovanili figura Il senso cromatico degli israelitici, uscita a Torino nel 1883, mentre nel 1897 venne pubblicato il volume L’insegnamento universitario della polizia giudiziaria scientifica, indicato nei cataloghi bibliografici con il riferimento editoriale Torino-Roma-Milano.
La sua vicenda mostra come il Piemonte di fine Ottocento fosse uno dei luoghi nei quali medicina, diritto e studio della società si incontravano, alimentando nuove idee che avrebbero avuto conseguenze ben oltre i confini regionali.
Gli ultimi anni e l’eredità di Ottolenghi
Nel corso dei primi decenni del Novecento, la Scuola di polizia scientifica divenne un punto di riferimento per la formazione degli investigatori italiani. Nel 1909 l’insegnamento scientifico entrò stabilmente nel percorso formativo dei funzionari di pubblica sicurezza, mentre negli anni successivi furono ampliati i servizi di identificazione e le attività tecniche.
La sua eredità presenta però anche aspetti controversi. Ottolenghi operò in un contesto nel quale l’antropologia criminale positivista attribuiva grande importanza alla classificazione delle persone e dei sospetti. Durante il fascismo, gli strumenti di identificazione e schedatura furono valorizzati anche per il controllo degli oppositori politici. Lo storico sviluppo della polizia scientifica deve quindi essere considerato insieme ai progressi tecnici e ai rischi legati all’utilizzo repressivo delle informazioni personali.
Ottolenghi morì a Roma il 28 giugno 1934, dopo aver dedicato oltre trent’anni alla costruzione e al consolidamento della scuola. La sua figura rimane legata alla trasformazione dell’investigazione da attività fondata soprattutto sull’intuito a disciplina che utilizza procedure, strumenti tecnici e prove verificabili.
Per il Piemonte, la sua storia ha un significato particolare: racconta il percorso di un medico nato ad Asti e formatosi a Torino che contribuì a cambiare il modo di indagare sui reati in Italia. Un protagonista della storia della scienza e delle istituzioni che, pur avendo svolto gran parte della propria carriera lontano dalla regione, trovò proprio qui le basi della sua esperienza.
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