Curiosità Società Torino
Lo smemorato di Collegno: il mistero che divenne mito
Il “caso Bruneri-Canella” appassionò l’Italia
TORINO – All’inizio degli anni ’20, poco dopo la fine della Prima Guerra mondiale, la stampa italiana si trovò a raccontare una vicenda che avrebbe catturato l’immaginario collettivo: quella di un uomo senza nome, senza ricordi, senza passato — il cosiddetto Smemorato di Collegno. La sua storia, tra identità contese, corti di giustizia, scienze nascenti e passioni familiari, si trasformò in un fenomeno sociale e culturale di portata nazionale.
Il ritrovamento e l’inizio della vicenda
Era il 10 marzo 1926 quando un uomo venne fermato nel cimitero ebraico di Torino mentre cercava di allontanarsi con un vaso di rame sotto il pastrano. Portato in questura, si rivelò incapace di fornire qualsiasi informazione su di sé: non ricordava chi fosse né da dove venisse. Appariva colto, parlava correttamente l’italiano, ma completamente privo di passato conosciuto. La sua fotografia venne scattata e, non avendo identità, fu internato nel manicomio di Collegno, nei pressi di Torino, con il numero di matricola 44170.
Per un anno, nessuno riuscì a risalire alla sua identità. Fu per questo che all’inizio del 1927 uno dei giornali più seguiti del paese, La Domenica del Corriere, pubblicò un annuncio con la sua fotografia e la domanda: “Chi lo conosce?”. La risposta dei lettori fu enorme e catapultò la vicenda nella vita pubblica italiana.
Due famiglie, due identità
La pubblicazione della foto scatenò un incredibile fenomeno: molte persone si presentarono come potenziali conoscenti o parenti, ma le attenzioni si concentrarono su due famiglie distinte — con identità radicalmente diverse:
La famiglia Canella, che affermava che l’uomo fosse Giulio Canella, profondo conoscitore di filosofia, professore universitario, ufficiale italiano disperso sul fronte macedone durante la Grande Guerra. Per la moglie di Canella, Giulia Concetta, lo sconosciuto era il marito scomparso, ritrovato dopo anni di assenza.
La famiglia Bruneri, che sosteneva invece che lo sconosciuto fosse Mario Bruneri, un tipografo anarchico di Torino già noto alle forze dell’ordine, ricercato per frode e altri reati. In base alle foto segnaletiche e a comparazioni dattiloscopiche, le autorità della pubblica sicurezza italiche riconobbero l’uomo proprio in Bruneri.
Queste due narrazioni opposte diedero vita a una vera e propria disputa pubblica e legale che avrebbe catturato l’attenzione di giornali, scienziati, giuristi e cittadini comuni per anni.
Giornali, neuroscienze e tribunali
Il “caso Bruneri-Canella” non fu solo una curiosità di cronaca: fu un banco di prova per le emergenti tecniche di identificazione forense e per l’uso della scienza nei tribunali. Durante gli anni delle indagini, lo sconosciuto venne sottoposto a dettagliate perizie dattiloscopiche, confronti fotografici, analisi del gruppo sanguigno e test calligrafici — incontri che ebbero un ruolo pionieristico nell’utilizzo di questi strumenti in Italia.
Parallelamente, la questione della sua memoria e del suo comportamento fu oggetto di studi psichiatrici, con pareri discordanti su amnesia reale, simulazione volontaria o altro. Critici e psichiatri si confrontarono duramente, mentre l’opinione pubblica si divideva tra “canelliani” e “bruneriani”.
La giustizia si pronuncia… ma il dubbio resta
Nel corso di diversi gradi di giudizio, i tribunali italiani si espressero a favore dell’identificazione dello smemorato come Mario Bruneri: le impronte digitali confrontate con quelle presenti negli archivi confermarono scientificamente l’ipotesi della polizia. Nel 1931 Bruneri fu incarcerato per le condanne pendenti. Sfruttò poi un’amnistia e venne rilasciato nel 1933.
Nonostante la pronuncia dei tribunali, la famiglia Canella — e soprattutto la moglie Giulia — continuò a difendere con fermissima convinzione che l’uomo fosse effettivamente Giulio, perduto anni prima. E anche anni più tardi, mentre lo stesso uomo viveva in Brasile e pubblicava articoli filosofici sotto il nome di Canella, il dubbio continuò ad accompagnare la vicenda.
Un mistero longevo e culturale
La storia dello Smemorato di Collegno è molto più di un caso giuridico: è un fenomeno culturale che ha lasciato un’impronta nella lingua italiana — con l’espressione “fare il smemorato” entrata nell’uso comune per indicare chi finge di non ricordare.
Nel tempo la vicenda ispirò romanzi, rappresentazioni teatrali, film e studi di memoria collettiva. Rimane anche oggi un simbolo potente dell’incertezza tra verità, fede personale e prova scientifica, di come un singolo individuo possa catalizzare emozioni, speranze e controversie in un’intera società.
Epilogo in Brasile
Lo “Smemorato” visse gli ultimi anni della sua vita in Brasile, dove morì nel 1941. Qui, circondato da una famiglia che lo aveva accolto, pubblicò lavori filosofici e continuò ad affermare la propria identità come Canella, ponendo una sorta di punto interrogativo finale a una storia che — pur trovando una sentenza — ha mantenuto fino alla fine un alone di mistero.
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