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CronacaTorino

Morto Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta condannato per l’omicidio del procuratore Bruno Caccia

Belfiore aveva 74 anni e si è sempre dichiarato innocente

Gabriele Farina

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TORINO – È morto all’ospedale di Chivasso, stroncato da un infarto, Domenico Belfiore. Aveva 74 anni ed era considerato una figura storica della ’ndrangheta radicata in Piemonte. Condannato all’ergastolo come mandante dell’assassinio del procuratore Bruno Caccia, da tempo si trovava fuori dal carcere per gravi motivi di salute.

Nato a Gioiosa Jonica nel 1951, Belfiore è stato per decenni indicato dagli inquirenti come uno dei principali punti di riferimento della criminalità organizzata calabrese trapiantata al Nord. La sua vicenda giudiziaria è indissolubilmente legata a quello che resta il delitto più grave nella storia torinese degli anni Ottanta: l’omicidio del capo della Procura della Repubblica, avvenuto il 26 giugno 1983.

L’omicidio di Bruno Caccia

Secondo le sentenze definitive, fu lui a ordinare l’agguato in cui Caccia venne assassinato sotto casa, in via Sommacampagna, a Torino, da un commando legato alla ’ndrangheta. Una condanna che gli valse l’ergastolo e che segnò uno spartiacque nella lotta alla criminalità organizzata nel Nord Italia, certificando in modo inequivocabile la presenza strutturata delle cosche anche fuori dalla Calabria.

L’omicidio del procuratore Caccia era stato in un primo momento attribuito alle Brigate Rosse e solo in seconda battuta vennero fuori le responsabilità di Belfiore e della ‘ndrangheta.

L’ultima apparizione pubblica di Belfiore risale al novembre 2016, davanti alla Corte d’assise di Milano. In sedia a rotelle, ribadì la propria innocenza dicendo in aula di essere stato in carcere 30 anni da innocente. Parole che non modificarono l’esito giudiziario, ma che riaprirono per un momento il dibattito su una vicenda che, a distanza di oltre quarant’anni, continua a suscitare interrogativi.

Il differimento della pena

Nel 2015 aveva ottenuto il differimento della pena per motivi di salute. Ai domiciliari, ha trascorso gli ultimi undici anni lontano dai riflettori, senza rilasciare ulteriori dichiarazioni pubbliche sui retroscena dell’omicidio Caccia e sugli equilibri interni alla ’ndrangheta piemontese.

Con la sua morte si chiude un altro capitolo di una storia che ha segnato profondamente la magistratura e la società civile torinese. Resta il peso di una ferita ancora aperta nella memoria collettiva e di un delitto che ha rappresentato uno dei momenti più drammatici dello scontro tra Stato e criminalità organizzata nel Nord del Paese.

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