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Procuratore Dodero: “Le istituzioni e la magistratura sono ancora in debito con Giovanni Falcone”

Alla vigilia del 34esimo anniversario della strage di Capaci, il procuratore di Cuneo esprime il suo rammarico

Chiara Scerba

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CUNEO – Domani, 23 maggio, l’Italia intera si fermerà per commemorare il 34esimo anniversario della Strage di Capaci. Nessuna parola sarà mai essere abbastanza esaustiva per raccontare quanto questo evento squarciò la storia del nostro Paese, costando la vita al magistrato Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, oltre a provocare ventitré feriti.

Alla vigilia di questa tragica ricorrenza, a scuotere le coscienze è una lucida, amara e coraggiosa denuncia che arriva dall’interno dei palazzi di giustizia. A pronunciarla, durante la commemorazione odierna nel tribunale di Cuneo, è stato il procuratore capo Onelio Dodero, già pm antimafia e titolare della delicatissima inchiesta “Capaci bis” sul tritolo utilizzato per la strage.

“Un’esistenza segnata da umiliazioni e delegittimazione”

Nel suo intervento, Dodero non ha fatto sconti, puntando il dito contro quel clima di ostilità che avvolse il giudice palermitano ben prima del tritolo mafioso. “Falcone è stato deriso, delegittimato, di fatto isolato anche da una parte della magistratura: ed è ora di dirlo”, ha tuonato il procuratore, tracciando il ritratto di una carriera professionale “segnata da disillusione, umiliazioni e tradimenti”.

I rifiuti del Csm e il fango dell’Addaura

A supporto della sua dolorosa analisi, Dodero ha voluto ricordare le molteplici occasioni in cui il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) scartò sistematicamente la sua candidatura a ruoli direttivi, e il fango mediatico e istituzionale diffuso dopo il fallito attentato all’Addaura, quando, ricorda il procuratore di Cuneo, “si disse che Giovanni Falcone si era organizzato l’attentato da solo”.

Il debito delle Istituzioni e le scuse di un magistrato

L’intervento si è concluso con un richiamo all’onestà intellettuale e a un’assunzione di responsabilità collettiva. “Dobbiamo finalmente avere il coraggio della verità – ha esortato Dodero – e avere il coraggio di dire che le istituzioni e la magistratura sono ancora in debito con Giovanni Falcone. A lui e alle altre vittime chiedo scusa come magistrato”.

Un’ammissione di colpa morale che, a 34 anni di distanza, squarcia il velo dell’ipocrisia e restituisce al sacrificio di Falcone la sua dimensione più drammatica e umana.

Il “dopo Capaci”, lo ricorda bene il presidente del tribunale Mario Amato, catanese, anche lui con un passato nell’antimafia. Evocando il punto in cui “attraverso il momento delle stragi, abbiamo assunto consapevolezza della realtà mafiosa, prima considerata come una realtà che riguardava solo una certa parte del Paese”, sottolinea come le morti ci fossero anche prima, il sangue scorreva per le strade a fiumi, con centinaia di morti ammazzati ogni anno. “C’era indignazione, ma poi tutto tornava come prima. Solo dopo le stragi si è assunta consapevolezza. Oggi la mafia continua a esistere ma ha cambiato la sua operatività”.

Ricordare Capaci significa ricordare tutti le morti per mano mafiosa e significa attestare e contestare l’evidenza di un sistema corrotto che prima veniva celato e che, ad oggi, non lo è più.

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