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Monviso, per tutta l’estate mai zero gradi oltre i 3.300 metri: nasce il Tavolo per la sicurezza della montagna

Dal 10 giugno al 10 settembre la temperatura alla stazione Arpa sul Monviso, a oltre 3.300 metri di quota, non è mai scesa a zero gradi

Gabriele Farina

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TORINO – Dal 10 giugno al 10 settembre la temperatura alla stazione Arpa sul Monviso, a oltre 3.300 metri di quota, non è mai scesa a zero gradi. È uno dei dati emersi dal primo Tavolo Monviso, riunito al grattacielo della Regione Piemonte per fare il punto sui recenti crolli e sulle condizioni di sicurezza del massiccio.

Un dato che fotografa l’eccezionalità delle temperature registrate nell’estate 2026 anche in alta quota e che si inserisce nel quadro degli studi sul permafrost e sull’instabilità delle pareti rocciose. Secondo Arpa Piemonte, l’aumento delle temperature e il degrado del permafrost possono contribuire a rendere meno stabili gli ammassi rocciosi, anche se ogni crollo deve essere analizzato sulla base delle specifiche condizioni del sito.

Un tavolo per studiare i crolli e prevenire nuovi rischi

La riunione è stata presieduta dall’assessore regionale alla Montagna Marco Gallo e ha coinvolto Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Comune di Crissolo, Arpa Piemonte, IRES Piemonte, Politecnico di Torino, CNR-GEO, Legambiente, Carabinieri forestali, guide alpine, Soccorso Alpino e Speleologico, Ente di gestione delle Aree protette del Monviso, CAI Piemonte e AGRAP.

Al centro del confronto ci sono stati i recenti distacchi verificatisi sul Monviso, ma anche la necessità di comprendere come stiano cambiando le condizioni dell’alta montagna e come adattare di conseguenza le modalità di frequentazione.

«Le montagne sono un patrimonio e una risorsa preziosa del nostro Piemonte e devono essere tutelate», ha dichiarato il presidente della Regione Alberto Cirio, sottolineando la necessità di affrontare il tema del cambiamento climatico attraverso il confronto scientifico e, allo stesso tempo, di ragionare sulla crescente frequentazione turistica delle Alpi.

L’obiettivo indicato dalla Regione è trovare un equilibrio tra tutela, sicurezza e accessibilità, valutando anche forme di gestione dei flussi nelle zone più frequentate.

Sul Monviso sempre più persone

Il problema non riguarda soltanto la stabilità della montagna. Il Monviso è infatti sempre più frequentato da escursionisti e alpinisti.

Le guide alpine hanno segnalato la presenza di circa 200 persone sulla vetta nell’ultimo fine settimana. Secondo i dati del Parco del Monviso, il Giro del Viso registra circa 40 mila utenti, mentre nell’area intorno alla montagna sono stimati complessivamente 200 mila passaggi.

Numeri che hanno portato il Tavolo a discutere anche della possibilità di distribuire maggiormente i flussi lungo la rete sentieristica, evitando una concentrazione eccessiva nelle aree più delicate del massiccio.

Non si tratta, nelle intenzioni della Regione, di chiudere la montagna, ma di rendere la frequentazione «più consapevole, sicura e compatibile con la fragilità dell’ambiente alpino».

Un aspetto particolarmente importante riguarda anche la preparazione degli escursionisti. Negli ultimi tre anni il Soccorso Alpino ha effettuato oltre cento interventi nell’area e quasi la metà ha riguardato persone che avevano smarrito il percorso.

Per questo si punta a rafforzare informazione, segnaletica e accompagnamento, valutando anche modalità di accesso più organizzate nei punti maggiormente frequentati.

I crolli del 2026

Il Monviso ha registrato negli ultimi anni diversi fenomeni di distacco. Sono documentati, tra gli altri, un evento di particolare entità nel 2019 e altri crolli nel 2023.

Nel 2026 sono invece due gli episodi recenti sui quali si concentra l’attenzione: il distacco del 1° settembre sul versante nord-est e quello avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 settembre ai Torrioni Sari, sul versante sud.

Il secondo evento avrebbe dimensioni probabilmente superiori rispetto al primo e sono quindi necessari ulteriori rilievi per definirne con precisione caratteristiche ed effetti.

Secondo le prime valutazioni di Arpa, lo stress termico rappresenterebbe un probabile fattore dei recenti distacchi, mentre la degradazione del permafrost potrebbe avere avuto un ruolo come concausa. Il Monviso presenta inoltre un ammasso roccioso già fortemente fratturato.

Gli esperti sottolineano quindi che non si possono escludere nuovi fenomeni, rendendo necessario il monitoraggio continuo delle condizioni della montagna.

Drone, sentieri alternativi e nuova segnaletica

Il lavoro sul Monviso proseguirà con nuovi rilievi, anche attraverso l’utilizzo di droni, e con la valutazione dell’esposizione dei diversi sentieri.

Tra le ipotesi allo studio c’è anche un possibile tracciato alternativo verso il rifugio Quintino Sella, la cui praticabilità dovrà essere verificata. Saranno inoltre valutati interventi sulla segnaletica e, dove necessario, eventuali limitazioni temporanee degli accessi.

Il percorso coinvolgerà Arpa, università e centri di ricerca attraverso una serie di incontri tecnici nell’ambito dell’Osservatorio regionale sui cambiamenti climatici.

L’obiettivo è arrivare all’inizio della primavera 2027 a una prima restituzione condivisa delle conoscenze disponibili, degli scenari futuri e delle possibili azioni da mettere in campo.

Dal Monviso al Monte Rosa: verso un tavolo permanente

Il confronto avviato sul Monviso potrebbe diventare un modello per l’intero arco alpino piemontese. La Regione sta infatti valutando la trasformazione del Tavolo Monviso in un Tavolo permanente per la resilienza delle Alpi piemontesi, all’interno dell’Osservatorio regionale sui cambiamenti climatici.

Il prossimo appuntamento è fissato per il 22 settembre con il Tavolo Monte Rosa.

Le due aree presentano caratteristiche differenti. Sul Monviso l’attenzione è concentrata soprattutto su sentieri, rifugi, escursionismo e alpinismo. Sul Monte Rosa entrano invece in gioco anche ghiacciai, abitati, impianti e infrastrutture.

L’idea è quindi costruire una regia regionale comune, ma con interventi adattati alle caratteristiche dei singoli territori.

Vent’anni di studi sul permafrost

Arpa Piemonte studia il permafrost alpino dal 2006. La rete regionale comprende oggi cinque stazioni permanenti, con sensori installati in profondità nella roccia, e 122 sensori per misurare le temperature superficiali del suolo e della roccia.

Il permafrost è costituito da terreno o roccia che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. Quando degrada, può diminuire la resistenza degli ammassi rocciosi e contribuire all’instabilità.

Uno dei siti monitorati è il Buco di Viso, lo storico traforo a circa 2.880 metri di quota ai piedi del Monviso, dove dal 2017 Arpa controlla in maniera continuativa la temperatura dell’aria e della roccia.

Il monitoraggio riguarda inoltre frane, condizioni meteorologiche, idrologia, criosfera e ghiacciai. Nel 2025 Arpa ha osservato 110 dei 161 corpi glaciali piemontesi e aggiornato le delimitazioni cartografiche di 150 ghiacciai, pari al 93 per cento della superficie glacializzata regionale.

«Da vent’anni Arpa studia il permafrost sulle Alpi e oggi abbiamo conoscenze e strumenti che devono essere messi a sistema», ha sottolineato l’assessore Marco Gallo. Il Monviso, nelle intenzioni della Regione, rappresenta dunque il punto di partenza di un lavoro destinato a coinvolgere progressivamente tutte le Alpi piemontesi.

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