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Fausto Coppi, la storia del Campionissimo nato sulle colline piemontesi
Fausto Coppi è morto nel 1960, ma il suo mito non ha mai smesso di pedalare.
ALESSANDRIA – C’è un paese sulle colline dell’Alessandrino che più di ogni altro è legato alla storia del ciclismo italiano. È Castellania, dove il 15 settembre 1919 nacque Fausto Coppi, destinato a diventare uno degli sportivi più famosi e amati del Novecento.
Quella di Coppi è una storia che comincia lontano dai grandi velodromi e dalle vittorie internazionali. Comincia tra i campi, sulle strade del Piemonte, con un ragazzo che da adolescente consegna salumi in bicicletta tra Novi Ligure e Castellania. Da quelle strade sarebbe partito il viaggio di quello che sarebbe stato chiamato prima “l’Airone” e poi, soprattutto, il “Campionissimo”.
Fausto Coppi, dagli anni di Castellania alla bicicletta
Angelo Fausto Coppi era il quarto dei cinque figli di Domenico Coppi e Angiolina Boveri. La famiglia viveva del lavoro della terra e il giovane Fausto trascorse i primi anni aiutando il padre e il fratello nei campi.
A tredici anni iniziò a lavorare come garzone in una salumeria di Novi Ligure. Il suo compito era anche quello di effettuare le consegne: la bicicletta, quindi, entrò molto presto nella sua vita non soltanto come mezzo di trasporto, ma come compagna quotidiana.
A quindici anni, grazie anche ai soldi ricevuti dallo zio Fausto, riuscì a comprare una bicicletta da corsa. Cominciarono così le prime gare e gli incontri destinati a cambiare la sua vita.
Tra le persone che si accorsero immediatamente delle sue qualità ci fu Biagio Cavanna, il celebre massaggiatore e preparatore che aveva già lavorato con campioni come Costante Girardengo e Learco Guerra. Cavanna intuì che dietro quel ragazzo apparentemente esile si nascondeva qualcosa di speciale.
Le prime vittorie arrivarono nel 1938. L’anno successivo Coppi cominciò a confrontarsi con i professionisti e proprio nel 1939 si fece notare definitivamente: vinse la Coppa Città di Pavia arrivando da solo al traguardo e attirò l’attenzione della Legnano.
Il giovane corridore venne così ingaggiato per la stagione successiva.
Il primo Giro d’Italia a soli vent’anni
Nel 1940 Coppi si presentò al Giro d’Italia come gregario di Gino Bartali, il campione affermato della Legnano.
Il rapporto tra i due sarebbe diventato una delle rivalità più celebri della storia dello sport italiano. Ma quel primo Giro raccontò subito che Coppi non era destinato a rimanere nell’ombra.
Durante la seconda tappa, la Torino-Genova, Bartali cadde dopo aver incontrato un cane sulla strada. Coppi, inizialmente incaricato di lavorare per il capitano, si trovò progressivamente a giocare le proprie possibilità.
La svolta arrivò nella tappa Firenze-Modena. Sotto un violento temporale, Coppi raggiunse la fuga sull’Abetone e poi partì da solo. Percorse circa cento chilometri in solitaria e arrivò al traguardo con quasi quattro minuti di vantaggio sugli inseguitori.
Il 9 giugno 1940, a Milano, diventò così il più giovane vincitore del Giro d’Italia: aveva appena vent’anni. Il giorno successivo l’Italia sarebbe entrata nella Seconda guerra mondiale.
Era soltanto l’inizio.
Il record dell’ora durante la guerra
La carriera di Coppi venne interrotta dal conflitto. Nel 1942, però, riuscì a lasciare un’altra traccia indelebile nella storia del ciclismo.
Il 7 novembre, al Velodromo Vigorelli di Milano, stabilì il record dell’ora percorrendo inizialmente 45,871 chilometri, distanza successivamente rettificata a 45,798.
Fu un’impresa compiuta in condizioni difficilissime. La guerra era in corso, il carburante era razionato e la città viveva sotto la minaccia dei bombardamenti. Persino l’orario della prova venne tenuto nascosto per evitare assembramenti.
Poco dopo, Coppi partì per il fronte. Nell’aprile 1943 venne catturato dagli inglesi in Tunisia e trascorse gli ultimi anni della guerra in prigionia in Nord Africa.
Quando tornò in Italia, nel 1945, non aveva praticamente più nulla del grande campione che era stato prima del conflitto. Ma aveva ancora la voglia di correre.
E anche la bicicletta sarebbe arrivata grazie a una storia quasi incredibile.
“Date una bicicletta a Fausto Coppi”
Durante il periodo trascorso a Caserta, Coppi fece sapere a un giornalista di voler tornare a correre, ma di avere a disposizione soltanto una bicicletta militare con gomme piene.
Il giornalista lanciò un appello dalle pagine del giornale: qualcuno doveva regalare una bicicletta a Fausto Coppi.
La risposta arrivò da tre persone. Coppi scelse quella di Giuseppe D’Avino, un falegname di Somma Vesuviana, che gli mise a disposizione una Legnano da corsa color verde oliva.
Con quella bicicletta Coppi affrontò il viaggio di ritorno verso casa: circa 800 chilometri, da Caserta a Castellania, percorsi in cinque giorni.
Era il simbolo della sua rinascita e, in qualche modo, anche di quella dell’Italia uscita dalla guerra.
La rivalità con Gino Bartali che divise l’Italia
Nel 1946 Coppi passò alla Bianchi e cominciò la fase più famosa della sua carriera.
Il suo nome sarebbe diventato indissolubilmente legato a quello di Gino Bartali. Erano diversi nello stile, nel carattere e nell’immagine pubblica, ma proprio il contrasto tra i due contribuì a trasformare il ciclismo in uno degli spettacoli più seguiti dell’Italia del dopoguerra.
Coppi era l’uomo delle fughe impossibili, delle grandi montagne e delle azioni solitarie. Bartali incarnava invece la tenacia, la forza e la capacità di resistere agli attacchi dell’avversario.
Nel 1946 Coppi vinse una Milano-Sanremo memorabile, andando in fuga per 151 chilometri e arrivando al traguardo con un vantaggio di 14 minuti sul secondo classificato.
Ma fu il 1949 a trasformarlo definitivamente in leggenda.
Il 1949, l’anno del Campionissimo
Coppi vinse la Milano-Sanremo, il Giro d’Italia e il Tour de France.
Fu la prima volta nella storia che un corridore riusciva a conquistare nello stesso anno le due grandi corse a tappe.
Al Giro Coppi costruì il successo con le sue caratteristiche azioni in salita e nelle cronometro. Al Tour completò l’impresa, imponendosi all’esordio nella Grande Boucle.
Fu in quel periodo che la stampa cominciò a chiamarlo definitivamente “Campionissimo”.
Il suo modo di correre sembrava quasi appartenere a un’altra dimensione. Non si limitava a vincere: spesso faceva il vuoto dietro di sé con fughe lunghissime, trasformando una gara in un’impresa personale. Il sito dedicato alle Terre di Fausto Coppi lo descrive proprio come un corridore capace di trasformare le vittorie in vere e proprie storie leggendarie.
Gli anni difficili e la morte di Serse
La leggenda, però, ebbe anche il suo lato doloroso.
Nel 1950 Coppi vinse alcune delle corse più importanti del calendario internazionale, tra cui la Parigi-Roubaix e la Freccia Vallone. Ma al Giro d’Italia una caduta gli provocò una tripla frattura del bacino, costringendolo a fermarsi.
Nel 1951 arrivò un’altra tragedia.
Il fratello Serse, che correva anche lui nella Bianchi e spesso era al fianco di Fausto come gregario, cadde durante il Giro del Piemonte a pochi chilometri dall’arrivo. Morì poco dopo.
La morte di Serse segnò profondamente Coppi, ma il Campionissimo riuscì comunque a tornare ai massimi livelli.
Il secondo Giro-Tour e il titolo mondiale
Nel 1952 Coppi tornò a vincere il Giro d’Italia e il Tour de France.
Fu nuovamente doppietta, tre anni dopo quella del 1949.
Nel 1953 arrivò invece un altro dei grandi traguardi della sua carriera: il titolo mondiale su strada a Lugano.
Coppi aveva ormai conquistato praticamente tutto: cinque Giri d’Italia, due Tour de France, tre Milano-Sanremo, cinque Giri di Lombardia, una Parigi-Roubaix, una Freccia Vallone, due titoli mondiali dell’inseguimento e il campionato del mondo su strada. Fu anche primatista dell’ora dal 1942 al 1956.
Ma il suo valore non stava soltanto nei numeri.
Coppi contribuì a cambiare il modo stesso di intendere il ciclismo. Prestava grande attenzione all’alimentazione, alla preparazione atletica, alla bicicletta e alla medicina sportiva, anticipando in parte un approccio più moderno alla professione del corridore.
L’ultima stagione e una morte improvvisa
Gli ultimi anni furono più difficili. Gli infortuni, l’età e il progressivo cambiamento del ciclismo ridussero il dominio del Campionissimo.
Nel 1959 arrivò però un’immagine destinata a rimanere nella storia: Gino Bartali e Fausto Coppi, i due grandi rivali del dopoguerra, tornarono idealmente dalla stessa parte. Bartali aveva infatti creato la nuova squadra San Pellegrino Sport e Coppi ne divenne il capitano.
Il progetto non sarebbe però mai arrivato alla stagione successiva.
Nel dicembre 1959 Coppi partì per l’Alto Volta, l’attuale Burkina Faso, insieme ad alcuni amici e colleghi francesi. Durante il viaggio partecipò a un criterium a Ouagadougou e a una battuta di caccia.
Dopo il ritorno cominciò a stare male.
La malattia venne inizialmente scambiata per una forma influenzale, mentre si trattava di malaria. Le condizioni del campione peggiorarono rapidamente.
Fausto Coppi morì alle 8.45 del 2 gennaio 1960, a soli quarant’anni, all’ospedale di Tortona.
Castellania e il ricordo del Campionissimo
La notizia della sua morte sconvolse l’Italia.
Ai funerali di Castellania parteciparono circa 50 mila persone. Una folla enorme raggiunse il piccolo paese dell’Alessandrino per accompagnare per l’ultima volta l’uomo che aveva trasformato la bicicletta in qualcosa di più di uno sport.
Ancora oggi il nome di Coppi è profondamente legato alle sue terre.
Castellania, il paese dove nacque, è diventato Castellania Coppi. Novi Ligure conserva il legame con gli anni della sua giovinezza e delle prime pedalate. Tortona è la città dove morì.
Sono luoghi che raccontano le diverse stagioni della sua vita: il ragazzo che consegnava salumi in bicicletta, il giovane scoperto da Biagio Cavanna, il campione che sfidava Bartali, il vincitore dei grandi Giri e infine l’uomo diventato leggenda.
Fausto Coppi è morto nel 1960, ma il suo mito non ha mai smesso di pedalare.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di sessant’anni dalla sua morte, basta pronunciare una frase per evocare immediatamente un’epoca intera: “Un uomo solo al comando”.
Non è soltanto il ricordo di una vittoria. È il ritratto di un campione che, partendo da una piccola collina del Piemonte, riuscì a diventare patrimonio della memoria sportiva italiana.
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