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Vittorio Pozzo, la storia del torinese che portò l’Italia due volte sul tetto del mondo
La storia dell’unico allenatore ad aver vinto due edizioni della Coppa del Mondo
TORINO – Prima ancora di diventare il commissario tecnico capace di vincere due Mondiali consecutivi, Vittorio Pozzo era stato calciatore, dirigente, giornalista, soldato e soprattutto un uomo profondamente legato a Torino. La sua storia attraversa quasi tutta la prima metà del Novecento e si intreccia con quella del calcio italiano, dagli anni pionieristici dello sport fino alla Nazionale che conquistò il mondo nel 1934 e nel 1938.
Pozzo nacque a Torino nel 1886, in una famiglia di origini biellesi. Studiò al liceo classico Cavour e fin da giovanissimo si appassionò al football, uno sport che in Italia era ancora agli inizi. La sua curiosità lo portò anche all’estero: giocò in Svizzera con il Grasshoppers e trascorse periodi in Francia e soprattutto in Inghilterra, dove ebbe modo di conoscere più da vicino il calcio britannico e studiarne metodi e organizzazione.
Dagli esordi al Torino
Tornato in Italia, Pozzo entrò alla Pirelli e continuò a coltivare la sua passione per il calcio. Fu tra le figure legate alla nascita del Torino e giocò con la squadra granata fino al 1911. Dopo il ritiro dall’attività agonistica rimase comunque vicino al club, assumendo anche incarichi tecnici e organizzativi.
Il calcio, però, non era per lui soltanto una questione di campo. Pozzo contribuì anche alla crescita organizzativa dello sport italiano e fu coinvolto nella Federazione Italiana Giuoco Calcio, nata a Torino nel 1898.
Nel 1912 arrivò la prima grande occasione con la Nazionale. Pozzo venne chiamato a guidare gli Azzurri ai Giochi olimpici di Stoccolma, nella prima partecipazione dell’Italia a una competizione ufficiale. L’avventura terminò al primo turno, con la sconfitta per 3-2 contro la Finlandia dopo i tempi supplementari, e Pozzo lasciò l’incarico.
La guerra e il ritorno al calcio
La sua vita venne presto attraversata dalla Prima Guerra Mondiale. Pozzo partecipò al conflitto come tenente degli Alpini. L’esperienza militare ebbe un peso importante nella sua formazione e contribuì a consolidare quel senso di disciplina, organizzazione e spirito di gruppo che avrebbe caratterizzato anche il suo modo di lavorare con i calciatori.
Terminata la guerra, tornò alla Pirelli e al giornalismo sportivo. Scrisse per diverse testate, costruendosi una reputazione come osservatore attento e competente del calcio italiano.
Nel 1924 tornò sulla panchina della Nazionale in occasione delle Olimpiadi di Parigi. L’esperienza durò pochi mesi e Pozzo si dimise dopo cinque partite. Per qualche anno continuò a lavorare tra calcio, azienda e giornalismo, prima della svolta definitiva.
Il 1929 e l’inizio dell’epoca Pozzo
Nel 1929 Vittorio Pozzo venne nominato commissario unico della Nazionale italiana. Da quel momento iniziò il lungo periodo che lo avrebbe consegnato alla storia.
Rimase alla guida degli Azzurri fino al 1948 e costruì una squadra basata su preparazione atletica, disciplina tattica e conoscenza approfondita dei giocatori. L’Archivio di Stato di Torino conserva una documentazione enorme di questa attività: corrispondenza con la FIGC, giocatori, dirigenti e giornalisti, documenti relativi a Mondiali e Olimpiadi, oltre a fotografie e materiali personali.
Il suo archivio racconta anche quanto fosse metodico il suo lavoro. Il fondo comprende documenti prodotti o raccolti dal 1900 al 1968 ed è organizzato in serie dedicate agli eventi sportivi, alla FIGC, alla corrispondenza, all’attività giornalistica, alla vita privata e alla documentazione fotografica.
Il primo Mondiale: Italia 1934
Il primo grande trionfo arrivò nel 1934, quando l’Italia ospitò il secondo Campionato del mondo di calcio.
La Nazionale di Pozzo arrivò alla finale di Roma contro la Cecoslovacchia. Dopo il vantaggio degli avversari e il pareggio italiano, la partita si decise ai tempi supplementari grazie al gol di Angelo Schiavio. L’Italia vinse 2-1 e Pozzo conquistò il suo primo titolo mondiale.
Quella vittoria non fu soltanto il risultato di una squadra ricca di talento. Pozzo era particolarmente attento alla preparazione e alla gestione del gruppo. Un episodio raccontato dalla FIFA riguarda Attilio Ferraris: poche settimane prima del torneo, il commissario tecnico lo cercò personalmente a Roma e lo convinse a tornare ad allenarsi seriamente. Ferraris sarebbe poi stato convocato per il Mondiale.
L’oro olimpico di Berlino
Due anni dopo arrivò un altro successo internazionale.
Nel 1936 l’Italia conquistò la medaglia d’oro nel torneo olimpico di calcio a Berlino. La vittoria completò una fase straordinaria della Nazionale guidata da Pozzo, che tra il 1934 e il 1938 avrebbe costruito uno dei cicli più importanti della storia del calcio italiano.
Il secondo Mondiale in Francia
Nel 1938 Pozzo riuscì nell’impresa che ancora oggi lo distingue nella storia del calcio mondiale.
L’Italia arrivò in Francia da campione in carica e superò Norvegia, Francia e Brasile prima di affrontare l’Ungheria in finale. A Colombes gli Azzurri vinsero 4-2, con due reti di Gino Colaussi e due di Silvio Piola.
L’Italia diventò così la prima Nazionale a conquistare due Mondiali consecutivi. E Vittorio Pozzo rimase, e rimane tuttora, l’unico allenatore ad aver vinto due edizioni della Coppa del Mondo.
Un calcio costruito sulla disciplina
Il metodo di Pozzo era lontano dall’immagine dell’allenatore moderno. Non esistevano i grandi staff tecnici di oggi, la preparazione atletica non disponeva degli strumenti contemporanei e il ruolo del commissario tecnico aveva caratteristiche molto diverse.
Pozzo puntava sulla conoscenza diretta degli uomini, sulla preparazione fisica e sull’organizzazione tattica. La sua esperienza all’estero gli aveva permesso di conoscere modelli differenti e di osservare da vicino il calcio inglese.
Treccani lo descrive anche come un grande motivatore, capace di parlare ai giocatori facendo leva sul senso del gruppo e sullo spirito nazionale. La sua esperienza militare negli Alpini contribuì a formare un approccio caratterizzato da disciplina ed essenzialità.
Pozzo e il fascismo
La storia di Pozzo si svolse inevitabilmente dentro uno dei periodi più bui della storia italiana.
Negli anni Trenta la Nazionale era diventata anche uno strumento di rappresentazione internazionale dell’Italia fascista. L’Archivio di Stato di Torino sottolinea come lo sport, durante il regime, avesse assunto anche un valore simbolico e politico e documenta la presenza di Pozzo accanto a figure del regime, tra cui Benito Mussolini e Achille Starace.
La sua posizione nei confronti del fascismo è stata oggetto di discussione storiografica. Treccani ricorda i rapporti con gli ambienti del regime e l’intesa con il “palazzo”, ma anche la sua successiva negazione di un coinvolgimento ideologico. È quindi un aspetto della sua biografia che va raccontato distinguendo i fatti documentati dalle interpretazioni sul significato politico della sua attività.
La fine della Nazionale e il dopoguerra
Dopo la Seconda guerra mondiale Pozzo rimase alla guida della Nazionale fino al 1948.
Il ciclo si concluse dopo una serie di risultati negativi, tra cui la pesante sconfitta per 4-0 contro l’Inghilterra nel maggio 1948 a Torino, e l’esito deludente dei Giochi olimpici di Londra. Pozzo lasciò così l’incarico dopo quasi vent’anni complessivi ai vertici della Nazionale.
Non smise però di occuparsi di calcio. Tornò soprattutto al giornalismo, continuando a scrivere e a seguire il mondo sportivo.
Il giorno più doloroso: Superga
Nella sua storia personale c’è anche una delle pagine più drammatiche del calcio italiano.
Il 4 maggio 1949 l’aereo con a bordo il Grande Torino si schiantò contro la collina di Superga. Pozzo, che era stato profondamente legato al Torino, venne chiamato a riconoscere le salme dei giocatori.
Tra le vittime c’erano molti calciatori che Pozzo aveva conosciuto direttamente anche attraverso la Nazionale. Treccani ricorda proprio il ruolo avuto dall’ex commissario tecnico in quel momento terribile.
Fu un passaggio particolarmente doloroso nella storia di un uomo che aveva accompagnato il calcio italiano dai suoi anni pionieristici fino alla massima gloria internazionale.
Un archivio che racconta un secolo di calcio
Vittorio Pozzo morì a Torino il 21 dicembre 1968.
Ma la sua storia è rimasta anche nelle carte che aveva raccolto durante tutta la vita. Il suo archivio personale, oggi conservato in deposito presso l’Archivio di Stato di Torino, comprende 63 buste e documenti dal 1900 al 1968. Al suo interno ci sono corrispondenze, fotografie, documenti della FIGC, materiali relativi ai Mondiali e alle Olimpiadi, scritti giornalistici e documentazione privata.
È quasi una biografia parallela: non soltanto la storia dell’allenatore che vinse due Mondiali, ma quella di un torinese che attraversò due guerre mondiali, la nascita e la trasformazione del calcio italiano, il fascismo, la ricostruzione del dopoguerra e la tragedia di Superga.
Vittorio Pozzo rimane così una figura particolare nella storia dello sport italiano: un uomo nato quando il calcio era ancora agli inizi e arrivato, attraverso decenni di lavoro, a guidare la Nazionale alla conquista di due Coppe del Mondo consecutive. Un primato che, ancora oggi, nessun altro allenatore ha eguagliato.
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